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Non si placa la polemica per il divieto sull’uso delle radioline in gara, alle proteste dei corridori McQuaid risponde picche, dicendosi una volta aperto al dialogo e un’altra convinto ad andare avanti insensibile alle proteste di massa del popolo ciclistico.

Come abbiamo più volte detto, noi siamo favorevoli all’uso delle radio, senza nascondersi però dietro alla sicurezza. Se fossero uno strumento utile per la sicurezza, si sarebbero dovute utilizzare anche negli Juniores, invece, chissà come mai, negli anni scorsi non si è mai posto questo problema di “sicurezza”.

Le radio sono indispensabili per una comunicazione diretta (e non pericolosa) tra il tecnico e la squadra. Sarebbe come se nel calcio l’allenatore fosse allontanato da bordo campo perché le sue indicazioni limitano lo spettacolo: assurdo.

Utilizzo delle radio: tutti protestano, ma cosa ne pensa Di Rocco ?

Non si placa la polemica per il divieto sull’uso delle radioline in gara, alle proteste dei corridori McQuaid risponde picche, dicendosi una volta aperto al dialogo e un’altra convinto ad andare avanti insensibile alle proteste di massa del popolo ciclistico.

Come abbiamo più volte detto, noi siamo favorevoli all’uso delle radio, senza nascondersi però dietro alla sicurezza. Se fossero uno strumento utile per la sicurezza, si sarebbero dovute utilizzare anche negli Juniores, invece, chissà come mai, negli anni scorsi non si è mai posto questo problema di “sicurezza”.

Le radio sono indispensabili per una comunicazione diretta (e non pericolosa) tra il tecnico e la squadra. Sarebbe come se nel calcio l’allenatore fosse allontanato da bordo campo perché le sue indicazioni limitano lo spettacolo: assurdo.

Tutto questo è assurdo proprio ora che si sta puntando, sia da parte della FCI sia, finalmente, da parte dell’UCI sulla figura dei Direttori Sportivi. Che senso ha avere Direttori preparati se non hanno diritto di intervenire sulle vicende di corsa ?

La nostra posizione, così come quella del mondo del ciclismo, crediamo sia chiara, ciò che però non è chiaro è il pensiero su questo argomento di Renato Di Rocco, vice presidente UCI.

Di Rocco ci ricorda quei politici troppo presi dalla loro persona da dimenticarsi delle istanze della propria gente. Il ciclismo italiano ha più volte espresso il proprio pensiero su questo argomento e Di Rocco dovrebbe avere il coraggio di dare seguito, direttamente con l’UCI (di cui è vicepresidente), a queste richieste-proteste. A chi gli ha fatto presente questa cosa, il Presidente della FCI ha risposto che andando contro all’UCI si verrebbe tagliati fuori. Tagliati fuori da cosa ? Se non si riesce a dare voce al proprio ciclismo, è meglio dimettersi.

Forse, ancora una volta, ha ragione chi sostiene che Di Rocco faccia tutto non per amore del ciclismo o per migliorare questo sport, ma pro domo sua. In Italia non ci si mette contro il CONI (presieduto dal suo amico Petrucci) e il ciclismo subisce, all’estero non ci si mette contro l’UCI (di cui lui è vicepresidente) e il ciclismo subisce.

Un politico, in modo particolare un politico sportivo, ha il compito di fare da tramite tra la sua gente e le istituzioni e più in alto arriva e più possibilità ci sono che le istanze della propria gente vengano accolte. Scrivendo queste cose non crediamo di scrivere delle eresie, ma cose che tutte le persone di buon senso pensano e sperano.

Almeno per una volta, Presidente, tiri fuori gli attributi dica come la pensa e si faccia carico di portare avanti questa battaglia di modernità sostenuta da tutto il ciclismo mondiale. La smetta per una volta di tenere un piede in due scarpe, a Roma dire una cosa e ad Aigle un’altra, sicuramente non sarà da solo e i giornali di tutto il mondo potrebbero fare capire a tutti che l’Italia riveste ancora un ruolo di primo piano nel ciclismo mondiale e che c’è un italiano, lei, che ha a cuore le sorti del ciclismo mondiale. Le battaglie si possono anche perdere, ma, quando ci si crede, vanno sempre combattute.

Provare a difendere l’utilizzo delle radio, sicuramente, la avvicinerebbe moltissimo alla base, allontanandola però da quei palazzi che lei tanto ama.

Si ricordi che il ciclismo si fa sulla strada e non nei palazzi, sempre più distanti dalle gente che anima e tiene in vita il ciclismo.

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