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Il ciclismo italiano è, oggi più che mai, in difficoltà, ma questo sembra importare poco a chi lo guida. Non ci riferiamo solamente a Renato Di Rocco, le cui priorità sono note, ma a tutti quei dirigenti che si vantano di tale qualifica, ma che all’atto pratico si disinteressano  dei problemi o non sono minimamente in grado di affrontarli.

Sempre meno gare, squadre, soldi e corridori: il ciclismo rischia di morire, o forse è già morto

Il ciclismo italiano è, oggi più che mai, in difficoltà, ma questo sembra importare poco a chi lo guida. Non ci riferiamo solamente a Renato Di Rocco, le cui priorità sono note, ma a tutti quei dirigenti che si vantano di tale qualifica, ma che all’atto pratico si disinteressano  dei problemi o non sono minimamente in grado di affrontarli.

 La moria di gare registrata negli anni scorsi non si è fermata: oltre alle già defunte Coppa Placci, Giro di Romagna, Brixia Tour, Memorial Cimurri, Giro d’Oro, Giro del Veneto, quest’anno si è ridimensionato anche il Gp di Carnago, passato a gara nazionale Elite e Under, e altre corse sono a rischio di saltare.   

Il Giro dell’Appennino che si è corso il 18 luglio è stata praticamente una gara dilettantistica con le Professional italiane e tutte squadre Continental, esattamente lo stesso cast che avrebbe potuto esserci in una gara 1.2. Insomma, un Appennino lontanissimo dallo standard del recente passato.

Ma tutto questo interessa a qualcuno ? Al di là delle parole degli appassionati che soffrono pensando al ciclismo che fu, c’è qualcuno nella cosiddetta “stanza dei bottoni” in grado di analizzare il problema e provare a porvi rimedio.

Il problema principale sono i costi. La spesa per una gara professionistica organizzata bene si aggira intorno ai 120.000 € per un solo giorno di gara, decisamente troppo anche in un periodo di vacche grasse, figurarsi in tempo di crisi. La Federazione, anziché andare a sgravare le società di alcuni di questi costi, è andata, attraverso la Lega, a metterne altri come quello della produzione televisiva che abbiamo dimostrato che sarebbe potuta costare molto meno e non gravando in questa misura su soggetti già in difficoltà.

Oltre al calo di competizioni, il ciclismo italiano ha registrato anche un drastico calo degli sponsor e quindi della squadre.  Nel 2006, primo anno di presidenza Di Rocco, tra italiane d’affiliazione e di matrice, c’erano 3 formazioni Pro Tour, 9 Professional e 3 Continental. Oggi questi numeri sono drasticamente dimezzati.

La cosa che più ci rattrista è che per invertire questa tendenza basterebbe e sarebbe bastato veramente poco, il problema è però che, Di Rocco escluso, il ciclismo è gestito da un branco di incompetenti che, coscienti dalla loro inadeguatezza a tale ruolo, hanno come unico scopo quello di restare nel loro posticino, incuranti se tutto ciò che hanno attorno sta crollando. O forse è già crollato.    

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