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Riccardo Riccò correrà con la Meridiana, il corridore di Formigine non risulta infatti né squalificato né sospeso e così il team campano affiliato in Croazia e diretto da Antonio Giallorenzo lo ha tesserato e lo schiererà al via già dal Giro di Serbia.

Tutti si sono indignati, ma pur non amando particolarmente Riccò, ci è d’obbligo il garantismo e fino a sentenza definitiva, chiunque è innocente e può quindi svolgere l’attività sportiva.

Quindi, anche Riccardo Riccò, fino a che le indagini della magistratura ordinaria non saranno concluse e la giustizia sportiva potrà fare il suo corso deve poter correre senza troppo moralismo da parte di tutti.

L’Italia è un paese in cui, per fortuna, fino a condanna definitiva un cittadino è innocente e può quindi ricoprire cariche ben più importanti e di responsabilità che non il corridore ciclista. Non comprendiamo quindi perché solo per i ciclisti certi principi non devono essere validi.

Riccò, Di Rocco e l’antidoping tutto muscoli e niente cervello

Riccardo Riccò correrà con la Meridiana, il corridore di Formigine non risulta infatti né squalificato né sospeso e così il team campano affiliato in Croazia e diretto da Antonio Giallorenzo lo ha tesserato e lo schiererà al via già dal Giro di Serbia.

Tutti si sono indignati, ma pur non amando particolarmente Riccò, ci è d’obbligo il garantismo e fino a sentenza definitiva, chiunque è innocente e può quindi svolgere l’attività sportiva.

Quindi, anche Riccardo Riccò, fino a che le indagini della magistratura ordinaria non saranno concluse e la giustizia sportiva potrà fare il suo corso deve poter correre senza troppo moralismo da parte di tutti.

L’Italia è un paese in cui, per fortuna, fino a condanna definitiva un cittadino è innocente e può quindi ricoprire cariche ben più importanti e di responsabilità che non il corridore ciclista. Non comprendiamo quindi perché solo per i ciclisti certi principi non devono essere validi.

Di recente il Presidente Di Rocco ha stabilito che i Campionati Italiani non potranno essere disputati dai corridori che sono stati squalificati per doping dopo il 2008. Anche questo va contro le regole di uno stato civile e del buon senso. Chiunque, dopo aver scontato la sua pena, deve essere completamente riabilitato.

La pena deve sempre servire per recuperare il colpevole, mai solo come mezzo repressivo. Andare ad impedire la partecipazione ad una manifestazione ad un corridore che ha già scontato la squalifica equivale a discriminarlo, punendolo oltre misura per un qualcosa per cui è già stato punito.

Questo è il masochismo del ciclismo che, anziché provare a debellare definitivamente il sistema doping, si accanisce oltre misura con coloro che hanno avuto la sfortuna di essere stati scoperti.

Se il problema doping fosse solo relativo ai corridori positivi, possiamo dire che non è un problema. In ogni sport  a livello mondiale si registra un numero di positività superiori a quelle del ciclismo.

Se invece  il problema è la diffusione del doping (non scoperto dai controlli) occorre andare a lavorare per scoprire più corridori possibili e non aumentare le sanzioni a quei pochi che vengono scoperti.

Ancora una volta, nel ciclismo, non si prende in considerazione la strada più logica, ma quella più semplice e populistica perché qualcuno ha ancora la convinzione che mostrando i muscoli dell’antidoping si diventi uno sport pulito. Talvolta però conta più il cervello che i muscoli e questo nel ciclismo è un vero peccato.

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