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Il ciclismo è uno sport che si corre sulle strade e per questo è assolutamente normale che vada a creare qualche disagio, oggi vogliamo però fare una riflessione partendo da quanto scritto da Francesco Caielli della “Provincia di Varese” sul Giro Donne.

L’aspetto più curioso e drammatico allo stesso tempo è che chi scrive è un appassionato di ciclismo, uno che ama profondamente questo sport, autore, tra l’altro dell’autobiografia di Ivan Basso.

Leggiamo insieme il suo articolo.

Pochissimi spettatori e un’ora e dieci per fare 2 Km: questo è il Giro Donne

Il ciclismo è uno sport che si corre sulle strade e per questo è assolutamente normale che vada a creare qualche disagio, oggi vogliamo però fare una riflessione partendo da quanto scritto da Francesco Caielli della “Provincia di Varese” sul Giro Donne.

L’aspetto più curioso e drammatico allo stesso tempo è che chi scrive è un appassionato di ciclismo, uno che ama profondamente questo sport, autore, tra l’altro dell’autobiografia di Ivan Basso.

Leggiamo insieme il suo articolo.

Un’ora e dieci minuti: il tempo impiegato per coprire la distanza (2 chilometri) tra Azzate e Daverio. Protagonisti centinaia di automobilisti infuriati (tra cui chi scrive), ieri attorno all’ora di pranzo: tutti in coda per il Giro donne.

Attenzione: noi viviamo di ciclismo e abbiamo sempre guardato storto quelli che si lamentavano per gli ovvii e naturali disagi che ogni corsa chiede come tributo. Perché il ciclismo è una festa popolare e le strade sono il suo stadio. Nell’ora abbondante passata in coda abbiamo però avuto il tempo di fare qualche riflessione.

La prima: detto che i disagi sono inevitabili, il dovere degli organizzatori dev’essere quello di fare il possibile per ridurli al minimo. Ieri non è stato fatto: volontari con casacca e bandierina in balia degli eventi e incapaci di suggerire agli automobilisti itinerari alternativi, chiusura contemporanea di due arterie principali della zona (le Provinciali 17 e 36), code chilometriche.

La seconda: visto che non ci si muoveva (né avanti né indietro) abbiamo deciso di fare due passi sul percorso, giusto per vedere passare il gruppo.

Non abbiamo visto un tifoso, non uno spettatore, nessuno sulla strada ad applaudire. E allora ci viene da dire che il ciclismo, fatto così, perde del suo senso più bello, anzi fa solamente mangiare il fegato a chi è costretto a stare in coda.

Viva le corse, viva la fatica: ma non ci si dimentichi che l’essenza dello sport più bello del mondo è la gente. La si rispetti, sempre: tradirla e perderla sarebbe come tradire il ciclismo, cioè noi stessi.

Il quadro descritto da Caielli è assolutamente reale e simile a quello che avevamo rilevato noi due anni fa, sempre al Giro Donne, nella tappa con partenza da Orta. Una situazione del genere non può fare altro che allontanare la gente dal ciclismo e mettere le autorità sempre più in difficoltà le autorità.

Quando ci sono più automobilisti imbufaliti che spettatori festanti  il ciclismo ha già perso.

Chissà perché situazioni del genere si verificano sempre al Giro Donne, anche quest’anno, in una tappa tutt’altro che impegnativa solo una cinquantina di atlete sono giunte al traguardo con un ritardo accettabile (40’’) l’altra metà delle concorrenti sono giunte con distacchi assurdi (18, 22 e 34 minuti) che hanno quindi causato i terribili disagi descritti da Caielli.

Corse come il Giro Donne causano al ciclismo più un danno che un guadagno e più passeranno gli anni e più sarà complesso procedere alla chiusura delle strade causando così danni inimmaginabili.

Anche in questo caso, l’organizzazione del Giro Donne non si è dimostrata all’altezza, non ha saputo trovare percorsi alternativi per limitare i disagi, non ha saputo gestire la corsa per fare in modo che le strade restassero chiuse per un periodo breve, ma soprattutto non ha saputo coinvolgere il pubblico per fare si che i vantaggi superassero i disagi.

Rispetto alla situazione che descrivemmo qualche tempo fa, riferita al Trofeo Binda di Mario Minervino, qui tutto è ancora più grave: i disagi sono stati superiori e il pubblico coinvolto è stato molto, ma molto inferiore a quello di Cittiglio.

Ecco quindi che la riflessione di Caielli trova risposta nella realtà, non ha senso che una corsa vada a creare più disagi che vantaggi. Non ha senso che ci siano più automobilisti infuriati che spettatori festanti.

Basta con queste corse fatte solo per compiacere qualche Team Manager e gli organizzatori stessi, basta con questi Prefetti che concedono in maniera indiscriminata le chiusure delle strade senza interrogarsi se ne valga la pena.

Ancora una volta, il ciclismo ha fatto un clamoroso autogol allontanandosi ulteriormente dal cuore della gente.

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