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La candidatura alla Presidenza della FCI ci ha permesso di conoscere e apprezzare meglio l’uomo Rocco Marchegiano. L'eco del suo programma e delle sue idee risuona ancora, forse più della vittoria di Di Rocco. Tante persone avevano realmente sperato che qualcosa nel meccanismo federale potesse cambiare e che un uomo della base, che il ciclismo lo conosce bene, potesse arrivare a sedere sulla poltrona di Presidente Nazionale per mettere a frutto tutta la sua esperienza. Abbiamo ricevuto tante segnalazioni e solidarietà.

Marchegiano a ruota libera:”Il CONI è come l’UCI debole con i forti e forte con i deboli”

La candidatura alla Presidenza della FCI ci ha permesso di conoscere e apprezzare meglio l’uomo Rocco Marchegiano. L’eco del suo programma e delle sue idee risuona ancora, forse più della vittoria di Di Rocco. Tante persone avevano realmente sperato che qualcosa nel meccanismo federale potesse cambiare e che un uomo della base, che il ciclismo lo conosce bene, potesse arrivare a sedere sulla poltrona di Presidente Nazionale per mettere a frutto tutta la sua esperienza. Abbiamo ricevuto tante segnalazioni e solidarietà.

A cosa pensa sia dovuto il successo che ha riscosso dalla base e non solo?

Il mio programma riflette in modo reale quanto credo sia necessario e realmente fattibile oggi, per dare delle risposte certe ad atleti, tecnici e Società, la base del nostro sport. Ho puntualizzato concetti, che fanno parte del patrimonio culturale degli amanti e tifosi del ciclismo. Abbiamo fatto la storia, abbiamo avuto i massimi campioni, abbiamo organizzato le più belle corse e oggi, improvvisamente non siamo più considerati. Occorre recuperare il prestigio che ci compete e lo si deve fare costruendo, mai demolendo ….

La definiscono un grande conoscitore di tutti gli aspetti tecnico logistici del ciclismo e in particolar modo quello giovanile. Come si è avvicinato a questo sport?

Ho cominciato ad amare il ciclismo seguendo le gesta di Vito Taccone. Allora vivevo in campagna e facevo 7 km a piedi per andare a vedere in televisione, l’unica esistente nel borgo,  il giro d’ Italia. All’epoca non avevo neanche la bicicletta. Aratri e zappe erano gli unici attrezzi che conoscevo.

Ho iniziato ad avvicinarmi fattivamente al  ciclismo all’inizio della stagione 1987. Era il periodo nel quale, lo squadrone della Brunero dominava in Piemonte; è stata proprio la volontà, allora come oggi,  nel voler interrompere un’egemonia, che mi indusse a creare una piccola squadra di allievi. Ricordo con particolare affetto il primo corridore che ingaggiai, era Tartaggia, uno dei migliori atleti in circolazione: il solo cartellino mi costò 5.400.000. Fu così, che con altri ragazzi,  iniziai la mia avventura. Dopo due stagioni arrivò la mia prima affermazione fra i dilettanti contro lo squadrone  Brunero. A regalarmi quella prima gioia,  fu  Eugenio Buono. Dopo quindici anni, nei quali ho raccolto come tecnico 354 successi, ho chiuso la mia carriera. Naturalmente non poteva mancare  l’ultimo  successo: a regalarmi questa ultima grande soddisfazione,  nella classica Como-Ghisallo fu Domenico Pozzovivo.

Girano strane voci e aneddoti,  su particolari tecniche di allenamento innovative e rivoluzionarie Ne può rivelare qualcuna, magari quella più anomala?

La più scottante: allora, come oggi, si insegnava agili atleti di astenersi dal fare sesso. Io  incitavo gli atleti a farlo  e i risultati ci hanno dimostrato quanto fosse utile…

Solo 10 anni dopo, studi condotti con il centro di medicina dello sport hanno dimostrato come un rapporto sessuale equivalga a fare una rampa di scale,  ovviamente su soggetti non emotivi. Proprio in quel periodo iniziai  la collaborazione con l’allora neonato centro ricerche  Mapei Sport e con Giuseppe Vietri e il compianto Aldo Sassi, progettammo e realizzammo il  primo cicloergometro. Ne furono realizzati due e uno fu utilizzato da Johan Museeuw in Belgio. Sono stato sempre attento e convinto della sana ricerca scentifica applicata allo sport.

E poi, la carriera da Dirigente… Perché la svolta?

Le motivazioni che  mi hanno indotto ad intraprendere questa attività  sono state fondamentalmente due:

L’immobilismo e l’assoluta mancanza di prospettive nel  sistema strutturale del Comitato piemontese e la prepotenza con cui gli allora tecnici regionali diramavano le convocazioni in modo clientelare, senza un minimo di applicazione e, soprattutto, programmazione. Se vogliamo, un po’ quello che sta succedendo oggi a livello nazionale…

Già, oggi, ci racconti come vede oggi il ciclismo…

Il ciclismo nell’ultimo decennio è cambiato e certo, non in meglio. Sono stati sottovalutati precisi segnali  di sofferenza e l’arrivo della crisi economica ha di fatto inasprito le difficoltà. Un minimo di lungimiranza e prevenzione non ci avrebbero portato a questi eccessi negativi. Occorre riprogrammare tutta l’attività.Dopo il caso Armstrong, ma non solo, soltanto uno stolto non capirebbe che nulla sarà più come prima.

Occorre dare risposte precise, valutare connivenze politico sportive, ma soprattutto svincolare la base da queste ricadute. Sono almeno quindici anni che, a diverso titolo, tutte le posizioni di vertice del ciclismo nazionale sono occupate dalle stesse persone.  Abbiamo permesso che grossi industriali e appassionati di ciclismo si stufassero dell’ambiente e abbandonassero. Alcuni giorni orsono è scomparso il Commendator Scibilia del quale ricordo un piacevole aneddoto: in occasione di una conferenza stampa relativa al successo di Francesco Moser al Giro d’Italia del 1984, arrivò in sede con abiti da lavoro e guidando un trattore…    Era un tifoso dello sport, di quelli veri a cui il ciclismo a detta sua, aveva dato tanto.  Capacità e passione non hanno necessariamente bisogno di giacca e cravatta. La visibilità e le amicizie importanti, senza impegno, competenza ed entusiasmo,  non fanno andare avanti il sistema, anzi, lo arretrano. Il terzo mondo ciclistico si è rivoltato e oggi è  ai vertici. Noi, invece, siamo diventati Il terzo mondo…

Rocco Marchegiano, in campagna elettorale qualcuno ha ricordato le sue battaglie locali contro il CONI piemontese e lo stesso Di Rocco ne ha fatto menzione positiva durante la sua visita a Torino… Come descriverebbe il ruolo del CONI nel panorama sportivo attuale?

Personalmente, penso  sia  un vero centro di potere, non solo sportivo, difficilmente penetrabile e in nessun modo controllabile dall’esterno. La gestione, a tutti i livelli, avviene esclusivamente al suo interno.  Dalle norme, ai regolamenti,  fino alle punizioni.  Non  esiste Ministro dello Sport, Politico, Assessore, Dirigente, che non sia allineato con le decisioni del CONI. Paradossalmente mi è d’obbligo una similitudine con l’UCI: blindata, forte con i deboli e debole con i forti.

La guida della FCI, oggi, è l’espressione forse massima del CONI, pensava veramente fosse possibile vincere, battendo questa figura?

Si e le spiego il perchè. La mia candidatura non è mai stata in contrapposizione alla persona Renato Di Rocco. Dall’inizio della campagna elettorale fino al discorso sul palco a Levico Terme, non ho mai attaccato direttamente il Presidente. Mi sono candidato per proporre idee e innovazioni che, secondo me, gioverebbero alla base. Ritengo  un programma con idee e proposte teso al miglioramento del sistema un conto, altra cosa è  voler screditare solo il lavoro altrui, a prescindere, solo perchè avversario. No, questo non lo accetto.

Di questo gliene va dato atto. In questa campagna elettorale è stato l’unico candidato a non tentare di screditare Di Rocco e polemizzare o attaccare gli avversari, al punto di essere piú volte additato come Suo gregario. Alla luce del risultato, non crede sia stato un errore? Marchegiano l’uomo diretto, che non le manda a dire, sempre in prima linea… In realtà queste elezioni ci hanno permesso di conoscere una persona che è molto altro rispetto al burbero piemontese che fa bene nel suo CR.

Questa domanda mi permette di ribadire con forza due concetti:

Il primo è relativo alla  mia Candidatura erroneamente associata e considerata in linea a quella degli altri candidati. Mi spiegate cosa ho in comune ciclisticamente con Santi, D’Alto, Sommariva o Bianco? Nulla! Faccio una considerazione: ma se di Rocco non fosse stato rieletto, chi avrebbe  garantito, e se permettete con competenza, il movimento? Non mi sembra difficile comprendere come la mia candidatura,  fosse una garanzia assoluta per il ciclismo.

Se poi analizziamo come e stata condotta la campagna elettorale e i contenuti emersi, c’è da ridere. Fin dall’inizio hanno attaccato,  più o meno direttamente, la persona  Di Rocco: ma era il caso? Quali erano, nei reali contenuti  le motivazioni dei miei antagonisti? Bianco esprimeva solo problemi o rancori  personali, Sommariva si presentava come Salvatore della  Patria, dimenticando il fatto che quando era Vicepresidente, in Consiglio  non ha mai espresso un voto contrario; dov’era quando hanno approvato la contestata riforma dei giovanissimi? Suvvia un po’ di dignità. Santi era l’unica novità, ma ha utilizzato e espresso concetti troppo populisti e utilizzato  i social network per fare campagna, ha raccolto solo una  parte dell’onda di contestazione della base, ma anche critiche.

D’Alto, il paradosso: fautore della riunione delle varie componenti del ciclismo, lui che è stato a detta di tutti, bravo solo a dividere… È proprio da lui è venuta l’insinuazione che fossi il compare di Renato Di Rocco. Si contesta lo Statuto che prevede che a votare siano dei delegati, ma il problema non sono le regole, sono le persone. Fino a quando il delegato esegue pedestremente le indicazioni clientelari degli amici e non ricopre il vero ruolo per il quale ricopre quella posizione, ignorando le richieste della base  che lo ha designato, nessuno avrà mai  il diritto di lamentarsi.

L’altro è che Renato Di Rocco è stato, è e sarà il mio Presidente. Ho sempre rispettato le sue scelte anche se, molte volte, non condivise. Laddove poteva esserci  lo spazio per agire,  non ho esitato a proporre comportamenti diversi o alternativi. Ciò non toglie che il sottoscritto, se attaccato, voglia necessariamente passare per il fesso di turno.

Volutamente non entro nei dettagli in quanto  persona corretta e riservata, ma credo di poter i permettere di giudicare  il mio Presidente persona permalosa,  inarrivabile nella capacità di gestire situazioni critiche , ma poco  incline ad ascoltare,  considerare o soltanto a pensare che possano esserci persone tecnicamente e materialmente capaci di avvicinarsi alla sua bravura.  Anche a Levico ne ha dato prova. Un esempio? Perché in sala, erano presenti numerose personalità sportive e non, quando l’accesso doveva essere riservato ai soli delegati elettori e a poche altre figure? Addirittura Angelo Zomegnan che sale sul palco e perora i Mondiali in programma in Toscana, quasi a monito dei delegati di quella Regione.  Come concetto, mi  pare abbastanza esaustivo. Così come  ritengo  normali  i toni e i modi utilizzati nel ribadire a tutti  la sua vittoria.

Più volte,  lo stesso Presidente si è pronunciato positivamente nei suoi confronti e sul suo operato. Dopo questa avventura, cambierà il suo modo di fare ciclismo? Si limiterà al solo Piemonte?

È vero, lo ha ribadito anche prima delle elezioni e di questo lo ringrazio. Qualcuno ha definito il Piemonte il mio orticello… Lo trovo diminutivo. Il Piemonte ciclistico è cresciuto in  in modo esponenziale, ma il frutto della programmazione iniziata qualche anno fa deve ancora dare il suo massimo prodotto. Più che un orticello, mi piace considerare il Piemonte un terreno dal quale si genera della buona semenza….

Ampliando il discorso, occorrerà riportare nell’ambiente un po’ di buon umore  e serenità. Alla luce dei continui aggiornamenti mediatici bisognerà soprattutto valutare le problematiche che emergeranno in modo sempre più drammatico e fare fronte comune sotto tutti i punti di  vista, per errare il meno possibile e sopravvivere alla tempesta in arrivo. Le avvisaglie ci sono state,  i numeri reali sul movimento ciclistico sono dati allarmanti. In quattro anni (! ) abbiamo diminuito del 30/35%  gare, società e tesserati. Dati, purtroppo, tendenti al rialzo. Non occorrono “fake” federali, non è il momento.

Sarà un ciclismo nuovo. Credo che l’unione di intenti, senza preclusioni ideologiche e di parte possa essere l’unico strumento per riuscire a ridare un’immagine credibile a questo sport. L’alternativa è il collasso.

In una potenziale ottica di collaborazione, accetterebbe eventuali incarichi che le venissero proposti?

Non sarei tanto buonista nel pensare ad un collaborazione e quindi, no.

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