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Una rappresentanza di Donne Elite è stata ricevuta venerdì scorso dall’ACCPI, il sindacato corridori, al fine di riuscire ad ottenere alcune cose che stanno molto a cuore alle atlete come l’inserimento di un minimo contrattuale, il miglioramento della sicurezza delle gare, l’incremento della visibilità e tante altre piccole-grandi cose che stanno a cuore al mondo del ciclismo rosa.

La nostra opinione sull’ACCPI è ormai nota, riteniamo infatti che sia un’associazione che proceda con il limitatore: tante cose si dovrebbero/potrebbero fare, ma poche vengono realmente realizzate in modo soft. Tuttavia è chiaro che anche il ciclismo femminile debba delle tutele sindacali (anche se parlando dell’ACCPI questo termine ci sembra troppo). Un aspetto però non è stato considerato ed è proprio l’aspetto più importante, ma è anche quello che potrebbe porre fine ai tanti buoni propositi delle atlete.

Per la legge italiana (legge 91 del 1981), che ricordiamo ha valore su quella sportiva, un atleta, sia esso uomo o donna, può dirsi professionista solo appartenendo ad una società di capitali (srl o spa). Le società in cui militano le donne elite italiane sono tutte o quasi ASD, Associazioni Sportive DILETTANTISTICHE.

L’ACCPI accoglie le donne: peccato che siano dilettanti e non professioniste …

Una rappresentanza di Donne Elite è stata ricevuta venerdì scorso dall’ACCPI, il sindacato corridori, al fine di riuscire ad ottenere alcune cose che stanno molto a cuore alle atlete come l’inserimento di un minimo contrattuale, il miglioramento della sicurezza delle gare, l’incremento della visibilità e tante altre piccole-grandi cose che stanno a cuore al mondo del ciclismo rosa.

La nostra opinione sull’ACCPI è ormai nota, riteniamo infatti che sia un’associazione che proceda con il limitatore: tante cose si dovrebbero/potrebbero fare, ma poche vengono realmente realizzate in modo soft. Tuttavia è chiaro che anche il ciclismo femminile debba delle tutele sindacali (anche se parlando dell’ACCPI questo termine ci sembra troppo). Un aspetto però non è stato considerato ed è proprio l’aspetto più importante, ma è anche quello che potrebbe porre fine ai tanti buoni propositi delle atlete.

Per la legge italiana (legge 91 del 1981), che ricordiamo ha valore su quella sportiva, un atleta, sia esso uomo o donna, può dirsi professionista solo appartenendo ad una società di capitali (srl o spa). Le società in cui militano le donne elite italiane sono tutte o quasi ASD, Associazioni Sportive DILETTANTISTICHE. Ora, come si possono imporre degli oneri tipici del mondo professionistico a chi, per sua natura giuridica, professionista non lo è ?

Come fanno alcune atlete a richiedere una tutela sindacale sportiva, quando appartengono a corpi militari o a forze di polizia ?

Non possiamo condividere poi che ci si rivolga ad un sindacato (quale di fatto è l’ACCPI) per aumentare la visibilità sul ciclismo femminile.  Ci sembra impossibile che laddove non sono riusciti (e non riescono) società che investono quattrini nel movimento femminile possa riuscirci un sindacato.

Insomma, al di là della bella e lodevole iniziativa, forse prima di rivolgersi all’ACCPI le ragazze del pedale avrebbero dovuto adoperarsi presso le loro squadre per risolvere tutti quei problemi che rappresentano un freno a tutte quelle possibili azioni a salvaguardia del ciclismo femminile.

Una piccola nota a margine: l’Ufficio Stampa dell’ACCPI è passato da Lauta Communication a Giulia De Maio. Come direbbe Ezio Greggio picchiettando sulla spalla di Enzo Iacchetti:” c’è crisi … ”

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