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Più che il doping, il vero problema del ciclismo è l’ignoranza. Non quell’ignoranza che portava i corridori di parecchi anni fa ad esclamare: ”Ciao mamma, sono contento di essere arrivato uno”, infatti, i corridori di oggi sono ragazzi normalissimi con una cultura assolutamente nella media. Il vero problema sono i dirigenti che per la stragrande maggioranza sono i corridori di quarant’anni fa.  Non è mai bello generalizzare e non lo faremo neanche questa volta, sappiamo infatti che ci sono delle valide eccezioni, tuttavia l’andazzo comune fa si che i dirigenti di oggi non siano culturalmente preparati a gestire, nel terzo millennio, uno sport così importante. L’ignoranza non è però, purtroppo, l’unico male del ciclismo. Se a questa si aggiunge dell’egoismo, una buona dose di presunzione e un po’ di “leccaculismo” la situazione può diventare catastrofica, esattamente come l’attuale ciclismo.

Egoismo, ignoranza, presunzione e “leccaculismo”: ecco gli ingredienti del “perfetto” dirigente.

Più che il doping, il vero problema del ciclismo è l’ignoranza. Non quell’ignoranza che portava i corridori di parecchi anni fa ad esclamare: ”Ciao mamma, sono contento di essere arrivato uno”, infatti, i corridori di oggi sono ragazzi normalissimi con una cultura assolutamente nella media. Il vero problema sono i dirigenti che per la stragrande maggioranza sono i corridori di quarant’anni fa.  Non è mai bello generalizzare e non lo faremo neanche questa volta, sappiamo infatti che ci sono delle valide eccezioni, tuttavia l’andazzo comune fa si che i dirigenti di oggi non siano culturalmente preparati a gestire, nel terzo millennio, uno sport così importante. L’ignoranza non è però, purtroppo, l’unico male del ciclismo. Se a questa si aggiunge dell’egoismo, una buona dose di presunzione e un po’ di “leccaculismo” la situazione può diventare catastrofica, esattamente come l’attuale ciclismo.

Il quadro descritto da Claudio Santi nel suo ultimo intervento è terribilmente vero. Tante, troppe volte, abbiamo sentito dire da persone che siedono nel cosiddetto “palazzo” (non solo a Roma, ma anche nei Comitati Regionali e Provinciali) che nel ciclismo “bisogna stare in gruppo”. No, sbagliato ! Nel ciclismo, anche metaforicamente come in questo caso, bisogna andare in fuga. Bisogna fare i 60 all’ora e chi non riesce a mantenere il ritmo si staccherà e sarà peggio per lui.

Questi che Santi ha chiamato “nonni” sono egoisti, perché pur di sedere su una poltrona non si chiedono se la loro preparazione sia adeguata a quel ruolo, oppure se non ci sia nessun’altro di più indicato a quell’incarico. Questo loro attaccamento alla poltrona, poltroncina e in alcuni casi anche sedia, che porta a loro una piccola visibilità personale fa del male al ciclismo che non ha bisogno di gente così, ma che ha bisogno di gente preparata, con idee innovative e che viaggi a pieno ritmo. La presunzione di queste persone si manifesta quando questi pretendono di dare lezioni agli altri. L’assioma “sono qurant’anni che sono nel ciclismo quindi ho ragione io” non può e non deve più valere, perché non fa un danno a chi viene zittito da questa affermazione, che in una persona intelligente può solo generare compassione, fa un danno all’intero movimento. Il “leccaculismo” è poi il terzo nefasto ingrediente e Renato Di Rocco lo ha capito e lo ha (giustamente dal suo punto di vista) sfruttato. Concedere ad un incapace una piccola “carica” equivale a carpirne la fedeltà arruolando persone per il “lavoro sporco”.

Ben diverso sarebbe affidare le cariche alle teste pensanti, per questo in grado di capire quando il capo sta trascinando tutti sul fondo o quando le illogiche logiche elettorali stanno rovinando uno degli sport più belli del mondo.

Il pensiero unico, che nella politica non ha portato nulla di buono, non può che essere un male incurabile  per uno sport che dovrebbe fare delle cooperazione la propria base di sopravvivenza. In una Federazione “ideale” tutti dovrebbero poter portare il loro contributo e ad essere valutate dovrebbero essere le proposte e le idee, indipendentemente se vengono mosse da un “amico” o da un “nemico”, da un “avente diritto di voto” o da un semplice “appassionato”. Se l’idea è buona va presa in considerazione indipendentemente  da chi l’ha proposta.

Quella di Claudio Santi è una proposta intelligente e ci saremmo aspettati (sempre nella Federazione ideale) che, il giorno dopo, Di Rocco avesse emanato una circolare con le disposizioni proposte da Santi. Invece no: l’idea è buona, ma l’ha proposta Santi quindi non va percorsa. Purtroppo il problema non è Claudio Santi, ma tutti coloro che come lui hanno il coraggio di parlare.

Lanciare un’idea, formulare una proposta, sognare un ciclismo migliore non sono delle colpe, anzi, sono dei meriti !. Diventano delle colpe per quegli incapaci di guardare al nuovo, gelosi di tutti coloro che per capacità potrebbero ambire al loro piccolo posticino.

Per noi, Di Rocco potrebbe fare altri cinque mandati. Il problema non è questo. La domanda che dovremmo farci è la seguente: cos’ha fatto di buono per il ciclismo (non per sé stesso, per il CONI o per i pochi) in questi otto anni ? Cosa, che non ha fatto finora, potrebbe fare nei prossimi quattro anni ?

Cari “nonni”, forse fate bene a tenere i vostri deretani ben incollati alle poltrone perché, per il danno che avete fatto il ciclismo, il rischio che qualche innamorato vero di questo sport voglia prendervi a calci nel sedere è veramente concreto.

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