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Proviamo a pensare al ciclismo come ad un qualsiasi prodotto commerciale. Scegliete voi quello che preferite, un brand di abbigliamento, una compagnia telefonica, una multinazionale dell’elettronica ecc. . Al giorno d’oggi, infatti, uno sport professionistico ai massimi livelli nazionali ed internazionali è un prodotto commerciale esattamente come quelli sopraccitati, la differenza sta però nella valorizzazione.

AIUTO ! Il ciclismo non piace più nemmeno a sè stesso

Proviamo a pensare al ciclismo come ad un qualsiasi prodotto commerciale. Scegliete voi quello che preferite, un brand di abbigliamento, una compagnia telefonica, una multinazionale dell’elettronica ecc. . Al giorno d’oggi, infatti, uno sport professionistico ai massimi livelli nazionali ed internazionali è un prodotto commerciale esattamente come quelli sopraccitati, la differenza sta però nella valorizzazione.

Il prodotto ciclismo è messo malissimo, penosi gli ascolti televisivi, fuga degli sponsor, sempre meno gente sulle strade e campioni sconosciuti al grande pubblico. Tutto questo è sufficiente per rimandare il ciclismo da sport popolare, secondo solo al calcio, a sport di nicchia con la conseguente svalutazione del prodotto.

Il cancro del doping ha influito sicuramente in maniera considerevole, e il ciclismo non ha mai fatto nulla per evitare che questa piaga devastasse questo bellissimo sport.  Ma torniamo all’esempio di prima del prodotto commerciale, vi immaginate un’azienda produttrice di qualsiasi cosa che è la prima a dire che è stata prodotta, ad esempio, con materiale cancerogeno ? No, anzi quando si verifica un caso simile, tutti fanno quadrato per difendere e non demonizzare quel prodotto. Nel ciclismo no , si va a cercare il doping con il microscopio (vedi il caso Contador) oppure si prendono fascicoli penalmente irrilevanti vecchi di anni (vedi il caso Cipollini) e quando si parla di Max Sciandri possibile CT si ricorda sempre che ha corso con Armstrong. Questo vuole dire fare quadrato e valorizzare il prodotto ciclismo ?

Un’altra delle cause del decadimento di questo sport è sicuramente da ricondurre al fatto che i campioni del ciclismo non sono più riconoscibili dal grande pubblico. Non serve andare indietro all’epoca di Bartali e Coppi, Merckx o Gimondi, è sufficiente pensare a cos’erano anche solo Bugno, Chiappucci, Cipollini e Indurain, per non parlare di Pantani e Ullrich. Non stiamo ovviamente parlando dell’appassionato di ciclismo, quello cioè che conosce tutti dal campione all’ultimo gregario, ma dell’utente medio e potenziale fruitore del prodotto ciclismo. Oggi i vari Nibali, Cunego,”Purito” Rodriguez, per non parlare di Hesjedal, se salgono sul tram non vengono riconosciuti dalla gente comune. Nulla di grave, se paragonassimo il ciclismo ad uno sport minore, in pochissimi riconoscerebbero ad esempio il campione di ginnastica Igor Cassina, ma dannosissimo se si pensa agli sport che vanno per la maggiore e soprattutto a cos’era il ciclismo qualche anno fa.

La vita di oggi è sempre più frenetica e se una volta una corsa ciclistica era vista come una festa per la quale si poteva anche fare tardi al lavoro o agli appuntamenti, oggi, soprattutto per quanto detto prima, è vista quasi esclusivamente come una rottura di scatole. Al di là del traffico in tilt e delle ormai tradizionali proteste, poche zone d’arrivo riescono a catalizzare il grande pubblico. Non a caso, RCS da qualche anno ha deciso di puntare molto più sull’animazione che sul ciclismo in senso puro, coinvolgendo così donne, bambini e famiglie anche non strettamente appassionate di ciclismo, trasformando l’arrivo della corsa in una festa slegata dall’aspetto più tecnico dello sport. Non sarà il massimo, ma almeno si riescono a fare dei buoni numeri.

Purtroppo, la soluzione RCS non vale anche per il pubblico televisivo, l’audience del ciclismo negli ultimi anni è drasticamente calata e va anno dopo anno sempre peggio, dimostrando che questa diminuzione poco c’entra con la frammentazione introdotta dal digitale. La colpa non è solo della RAI, sebbene questa proponga un format televisivo ormai superato (poche le differenze tra il ciclismo anni 80 trasmesso a volte su RaiSport2 e quello di oggi, mentre il mondo è completamente cambiato) le colpe di questo fenomeno vanno ricercate anche in quanto sopra descritto e in una conformazione di questo sport troppo antica. Il pubblico di oggi è abituato a tempi velocissimi, purtroppo il ciclismo per come è ancora concepito ha tempi lunghi (circa 4 – 5 ore) e ciò che conta è solo il finale. Se già una partita di calcio è soggetta a zapping (dura 90 minuti e un gol fatto al primo minuto conta esattamente come uno segnato all’ultimo) figuriamoci nel ciclismo che andrebbe completamente ripensato per renderlo più appetibile al pubblico di oggi, magari, è solo un’ipotesi, pensando a bonus intermedi che invoglino lo spettatore a guardare tutta la corsa anziché solo gli ultimi 5 chilometri.

Con un quadro del genere, non è difficile comprendere la fuga degli sponsor. Basta prendere un qualsiasi almanacco del ciclismo anni 90 e confrontarlo con uno di oggi per capire che la situazione è drammatica tanto per le squadre quanto soprattutto per gli organizzatori. Già, perché se per la crisi mondiale i soldi sono sempre meno, chi vuole spenderli va oltre alla passione personale o il tentativo di elusione fiscale,  vuole piani di marketing per ottimizzare il proprio investimento.

Se anni fa, il ciclismo era considerato uno dei migliori veicoli pubblicitari per il rapporto visibilità-prezzo, oggi non è più così. Anzi, le aziende temono di farsi del male con il ciclismo e preferiscono spendere cifre anche più elevate, ma avere la quasi certezza del ritorno dell’investimento fatto.

Lo scopo di questo articolo non è quello di criticare il ciclismo solo per il gusto di farlo, ma al contrario di servire da stimolo affinché tutte le componenti decidano di mettersi attorno ad un tavolo e trovare le soluzioni per questo disastro ampiamente annunciato. Oggettivamente, non ne siamo fiduciosi perché all’UCI non importa nulla, alle Federazioni nazionali tanto meno, ai Team Manager importa quando tocca direttamente loro, ma fino a che è roba d’altri se ne lavano le mani, più o meno come gli organizzatori. Tutti si dimenticano che se il ciclismo prosegue su questa strada, ci perdono tutti senza aver fatto nulla per provare a salvare questo bellissimo sport.

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