Si calcola che in Italia ci siano oltre 14 milioni di persone abbonate alle varie piattaforme: Netflix, Prime VIdeo, Discovery, Disney, ecc. . Questo significa che esiste un pubblico ormai quasi superiore alla televisione. Sempre più raramente, infatti, un abbonato, ad esempio, a Netflix riesce a guardare la televisione tradizionale. Questo sembra essere il principale motivo della perdita di spettatori: con il lockdown tante persone si sono abbonate alle piattaforme e ora non possono più farne a meno.

In questa ottica Rai Sport resta fedele alle sue tradizioni, senza badare a ciò che le accade attorno. La causa di questo è antica e sta probabilmente nelle modalità di selezione dei giornalisti Rai che, ricordiamo, vengono assunti per concorso. Cioè non è che vengono visti su un’altra emittente, contattati e ingaggiati, come accade ad esempio per un presentatore. I giornalisti si iscrivono e vincono il concorso ed entrano nella grande famiglia di mamma Rai. Iniziano la loro carriera magari dalle sedi regionali più decentrate e poi alcuni finiscono a Rai Sport. Una volta entrati a Rai Sport non sempre il passaggio al proprio sport preferito è immediato, basta che il ruolo di inviato o telecronista sia occupato e così, incuranti delle attitudini, si viene spostati altrove. Nè più e nè meno come accade all’Inps, al Catasto o all’Agenzia delle Entrate. E’ evidente che un giornalista bravo a commentare il ciclismo non è detto che finisca a commentarlo in Rai. Uno, perchè non è detto che chi è bravo con il microfono in mano vinca un concorso; due, perchè deve fare la gavetta, durante la quale, spesso ci si allontana dalla passione, magari per il ciclismo, e sicuramente si arrugginisce nella pratica.

Questi “difetti” non potranno mai essere corretti, a meno che, cosa impossibile per le barricate sindacali, non si inizino a trattare i giornalisti che vanno in video come delle persone che devono fare una performance e non come gente che fa un lavoro che chiunque abbia vinto il concorso pubblico potrebbe fare.

Il secondo aspetto da non sottovalutare è che spesso i direttori siano frutto di nomine interne. E’ accaduto per Alessandra De Stefano, prima ancora per Auro Bulbarelli, Bruno Gentili, Carlo Paris, Mauro Mazza, Eugenio De Paoli, Giovanni Bruno, Fabrizio Maffei, Gilberto Evangelisti e Gianfranco Delaurentis. Solo Gabriele Romagnoli, Massimo De Luca e Marino Bartoletti sono state nomine esterne, ma comunque legate in qualche modo al mondo Rai.

E’ evidente che se un direttore è nato e cresciuto in quell’azienda ed è abituato a quelle metodologie difficilmente potrà invertire la rotta. E così, oltre ai giornalisti in “stile Rai”, anche i talent (opinionisti o seconde voci) rispecchiano a pieno quello atteggiamento. Se per il giornalista è infatti necessario il concorso, l’opinionista è un incarico fiduciario. Al direttore piace Tizio e la Rai fa un contratto a Tizio.

Anche da questo punto di vista dopo Cassani e Martinello (senza dimenticare Paolo Salvoldelli) anche dal punto di vista degli opinionisti il vuoto. Ballan e Petacchi sono soft (qualcuno direbbe soporiferi, ma non vogliamo spingerci così in là) Garzelli è sempre insipido. Stesso discorso per Giada Borgato, simpatica, anche preparata, ma per catturare l’attenzione di uno spettatore serve quel qualcosa in più che non lo si conquista nel tempo. O ce l’hai o non ce l’hai. L’unico che un po’ si salva è Saligari, ma comunque non regge il confronto con Cassani e Martinello.

Anche chi cura i programmi è un giornalista Rai per cui vale il discorso fatto prima. Se a Sanremo, ad esempio, ma questo vale anche per trasmissioni minori, ci sono delle teste esterne che pensano a come rendere piacevoli i programmi, magari con innovazioni o con un linguaggio diverso, lì a curare i programmi sono tutti giornalisti interni. Questo non vale solo per il ciclismo, ma anche per lo sci, per le olimpiadi, per i mondiali di calcio.

Pensate che bello se un direttore potesse assumere (a progetto, ovvio) chi vuole, far commentare chi vuole, fare i programmi come vuole, assumendosi però anche la responsabilità in caso di insuccesso. A beneficiarne saremmo tutti. Invece, non è possibile perchè, in passato, per il solo fatto che la trasmissione mattutina del Giro fosse condotta da Marino Bartoletti (non dipendente Rai) aveva sollevato le critiche del sindacato del giornalisti.

Se paragoniamo questo modo di agire con quello delle piattaforme che fanno dell’innovazione e della flessibilità il loro cavallo di battaglia capiamo quanto la Rai sia destinata a perdere sempre più terreno, come sta accadendo con Eurosport di cui parleremo in una prossima puntata.