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Il caso Sivakov e la sconvenienza di lavorare sui giovani

Lo scriviamo da tempo: il ciclismo (nazionale e non) per come è concepito non incentiva a lavorare sui giovani. Non stiamo parlando di allestire formazioni giovanili, che ci sono e ci saranno sempre, ma di lavorare con raziocinio e calma per portare un giovane a dare il meglio di sé tra i professionisti.

Nel ciclismo non ci sono i vincoli: un corridore al termine della stagione è libero di accasarsi dove crede e il costo per la nuova società è irrisorio. Basti pensare che Fabio Aru è passato dalla Palazzago alla Astana per pochissime migliaia di euro. Senza tutele, solo dei pazzi investirebbero sui giovani.

Facciamo un esempio. Nel calcio dilettantistico un giocatore è libero ogni anno fino alla categoria Juniores, in quel momento però chi li tessera deve riconoscere qualcosa (più o meno quanto è costato Aru all’Astana) alle società degli ultimi tre anni. Si chiama “premio di preparazione”, un piccolo indennizzo per chi ha cresciuto quel giovane calciatore. Dalla Juniores si firma il vincolo, cioè fino a 26 anni si è legati a quel club che può utilizzare quel giovane o cederlo dietro pagamento. In questo caso non è più una cifra fissa (come il premio di preparazione), ma varia a seconda delle richieste e del valore del calciatore.

Nel ciclismo non c’è valore economico e così, oltre a trattare il corridore come un oggetto, non viene dato alcun premio a chi punta sui giovani. E’ notizia di oggi che Pavel Sivakov il vincitore del Giro Under e del Valle d’Aosta in maglia BMC passerà professionista non con la formazione rossonera, ma con il Team Sky. Da un punto di vista regolamentare è tutto consentito perché BMC Development Team (Uneder 23) e BMC Racing Team (World Tour) sono due entità diverse.

La stessa cosa vale per le tante società che in Italia operano bene con i giovani e che di anno in anno devono combattere con lo sponsor che chiede un determinato numero di vittorie, con le altre società che fanno offerte economiche magari più alte e con tanti altri problemi ovviabili.

Pensare che se il sistema calcistico valesse anche nel ciclismo i corridori sarebbero più tutelati (per la società sarebbero un valore e non solo un costo), le società sarebbero incentivate a guardare al domani e non solo all’oggi e chi volesse assicurarsi un giovane talento potrebbe farlo comunque non con una pacca sulla spalla, ma con sostanziosi quattrini che alle grandi squadre non mancano.

Invece nel ciclismo non si premia, neanche in questo caso, il merito grazie a regole che strizzano l’occhio sempre e comunque al potente.

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