INTERVISTE “PRESIDENZIALI” – 2/3 Di Rocco:”Tanti successi e qualche lacuna da colmare, ma senza salti nel buio”

Un giudizio sui quattro anni appena trascorsi …

Nel complesso sono più che soddisfatto. Oggi siamo tornati tra le nazioni di riferimento su Strada, Fuoristrada, specialità Endurance della Pista e Paraciclismo. In questi ultimi anni il ciclismo italiano ha recuperato credibilità ed immagine. Ha rinnovato mentalità e metodi nell’avviamento dei giovani all’agonismo non esasperato e adottato i criteri della multidisciplinarietà. I risultati premiano il lavoro di squadra fra le società, gli atleti ed i loro tecnici in collaborazione con i tecnici e le strutture nazionali che è alla base dei progressi scanditi da record nazionali e mondiali e dalle tante medaglie conquistate dagli Azzurri.  Nell’anno olimpico abbiamo ottenuto il record di 50 medaglie, nell’ultimo quadriennio quello di 177 medaglie superiore al bilancio dei due quadrienni precedenti. Abbiamo imboccato, insomma, la direzione giusta e – ciò che più conta in prospettiva futura – abbiamo formato e fatto crescere un gruppo di giovani talenti che garantisce il ricambio ai massimi livelli, ed anche una nuova classe dirigenziale. Dobbiamo proseguire consolidando e migliorando le scelte vincenti e lavorando insieme per colmare le lacune con chiarezza di idee e senza salti nel buio.

Lei in questi anni ha subito molte critiche. Ne ha condivisa qualcuna che magari è stata da stimolo per migliorare?

Non molte. Sono pochi soggetti, sempre gli stessi, alcuni non tesserati, che ripetono cento volte le stesse litanie. Sono molto più numerosi i complimenti rivolti in questi anni alla federazione che non godono della stessa pubblicità. Non mi riferisco soltanto a quelli del Coni, dell’Unione Ciclistica Europea e della stessa UCI e di tanti media. Mi riferisco piuttosto a quelli espressi all’interno del nostro movimento. Certamente le critiche – preferisco chiamarle proposte – pervenute dalle strutture federali sono state tutte discusse ed affrontate con attenzione. Spesso sono state di stimolo e utili per il miglioramento dei programmi innovativi attuati in questi anni in sinergia con tutte le componenti. Ad esempio, le modifiche ai regolamenti e l’impostazione dell’attività dei giovanissimi e dell’attività amatoriale. Ci sono poi critiche senza proposte ed è difficile soddisfarle.

Quale invece quella più pretestuosa?

Sicuramente quella di essere padre padrone o addirittura un despota. Nel nostro paese alcune “anime belle”, che poi belle non sono, considerano chiunque svolga un ruolo dirigente, di governo, il rappresentante del “Palazzo”, un membro della “Casta” da combattere sempre a prescindere dal merito. Chi mi conosce e mi giudica al di fuori degli stereotipi apprezza in prima istanza la mia educazione ed il rispetto per il prossimo, la mia disponibilità al dialogo. Sono sempre il primo a salutare anche le persone più giovani di me. Se poi qualcuno che si è assunto un incarico non riesce a svolgerlo e torna dal sottoscritto per risolverlo, allora divento despota ed accentratore. In Federazione esiste un altissimo livello di democrazia e soprattutto di trasparenza. Sono molto rigoroso, innanzitutto con me stesso, nei comportamenti e soprattutto negli aspetti amministrativi e nella gestione della cosa pubblica.

Spesso la giustizia sportiva è stata al criticata …

Con la riforma della giustizia sportiva da due anni si è alzato il livello dell’autonomia e si è garantita la completa indipendenza. Abbiamo diversi gradi di giudizio e non accetto che quando la sentenza è sfavorevole si dica che i nostri organi giudicanti non sono imparziali salvo esultare e gridare “Giustizia è fatta!” quando la sentenza in secondo grado è favorevole. Il passaggio effettuato per la prossima assemblea con candidature a seguito di bando pubblico ha alzato ancora il livello di garanzia. Essere dirigente nel nostro sport non comporta alcuna immunità, a partire dal sottoscritto. Di beghe ne ho avute tantissime e ne sono sempre uscito indenne e a fronte alta.

In questi anni lei è stato molto attento e bravo da un punto di vista istituzionale, ma forse non altrettanto dal punto di vista operativo.  Non ha sentito la necessità di un Direttore Generale che curasse, 8 ore al giorno, proprio le questioni operative?

La nostra è un’organizzazione di Ente pubblico, siamo sottoposti ai più meticolosi controlli e al rispetto assoluto delle normative vigenti. Tutti i carichi operativi che ne conseguono hanno appesantito molto il lavoro del segretario generale, che oltre a curare con estrema attenzione questi aspetti, ha dovuto dirottare risorse umane per ogni singolo settore della giustizia, che deve avere dipendenti differenti per ogni organo. Per cui le 8 ore giornaliere sono superate ampiamente. Certo la crisi economica ha impattato molto sulla nazione ed in particolare sullo sport.Dobbiamo fare uno forzo per affrontare con più decisione ed efficacia la parte commerciale e quella del marketing. Finora era un problema di risorse e di prodotto. Adesso almeno la qualità e la credibilità del prodotto, l’immagine della maglia azzurra, del ciclismo “Made in Italy, su cui abbiamo lavorato con passione e coinvolgendo le squadre azzurre ed i settori federali. Con le nostre scarse risorse e nonostante la crisi siamo tornati competitivi anche nella pista con superpotenze molto più dotate di mezzi economici come la Gran Bretagna, grazie al lavoro della nostra invidiabile base societaria ed ai team che hanno collaborato assiduamente con le nostre squadre e i tecnici nazionali.

La Federazione è sempre più legata al finanziamento Coni. A suo parere c’è il margine per sviluppare un progetto in grado di coinvolgere in maniera seria e importante le aziende private ?

Abbiamo goduto della collaborazione di aziende di settore di buon livello che di volta in volta hanno affiancato il nostro ufficio marketing interno. Rispetto alla maggior parte delle Federazioni l’incidenza della quota CONI sul bilancio totale è molto minore, salvo le discipline di squadra. Quest’anno il contributo CONI, per effetto dei nuovi parametri dei trasferimenti che valorizzano i risultati ed una serie infinita di altri parametri, si attesta sul 51 per cento. Fino a due anni addietro le risorse proprie superavano il 50 per cento. Tutti i contributi “istituzionali” sono finalizzati all’attività tecnica di alto livello e al personale in base alla pianta organica redatta dal CONI stesso. Quindi possiamo solo migliorare in proporzione alla ripresa competitiva del mercato italiano nel quadro della globalizzazione che ha capovolto la geografia economica del mondo. Il ciclismo si è sempre basato sulla media azienda, che rappresenta la grande risorsa del nostro paese perché punta sulla qualità, sull’eccellenza e sull’identità del prodotto. In questo senso gli indicatori danno segnali di ripresa. Tutti coloro che hanno investito nel ciclismo ne esaltano l’impatto e la resa, ultima la Segafredo. Le ragioni vere del distacco sono di altra natura, in particolare la pressione fiscale e la massima attenzione delle aziende nella gestione delle proprie risorse umane e finanziarie in una fase di deflazione.

Crede che nei prossimi quattro anni ci possano essere forme di incentivo per chi organizza gare?

Abbiamo già iniziato con le giornate rosa ed azzurre per più categorie giovanili al fine di alleggerire il carico delle società. Stiamo spingendo affinché il mondo amatoriale sostenga sempre di più il settore giovanile non solo con la quota di tesseramento dirottata in questo senso, ma soprattutto in termini di gestione ed utilizzo dell’impiantistica e delle strutture legate agli eventi, che nei tempi di attesa possono essere utilizzati per gare giovanili ed anche juniores, come in qualche caso meritevole già avviene.

Il ciclismo professionistico italiano è al suo minimo storico. E’ solo colpa della crisi economica?

Tutto va inquadrato nel sistema economico italiano. Sul piano globale il rapporto della Confindustria ci dice che dal punto di vista della crescita media annua, negli ultimi dieci anni, l’Italia e l’Unione Europea hanno mostrato risultati inferiori rispetto alla media mondiale, al contrario degli Stati Uniti e dei paesi asiatici in via di sviluppo (in particolare la Cina). Limitando il confronto ai soli principali partner europei, sul fronte delle iniziative all’estero il numero di quelle italiane è attorno alla metà di quelle attivate dalla Francia e ad un terzo di quelle relative a Germania e Regno Unito, con una taglia media dell’investimento più che dimezzata rispetto a questi paesi. Ciò spiega perché grosse multinazionali straniere e di grande distribuzione, soprattutto francesi e spagnole, hanno assorbito i nostri marchi più tradizionali e di eccellenza. Però a ben vedere, come nel calcio, il riferimento è dovuto al fatto che siamo le discipline più popolari in Italia, accade che il nostro capitale atletico e tecnico sia ambito dai gruppi stranieri che apprezzano le nostre competenze e la nostra scuola di formazione. Per non dire dei tanti cervelli che devono emigrare all’estero per essere apprezzati. In questo senso l’Italia e l’Europa in genere conservano una posizione preminente nel movimento ciclistico mondiale. Con i capitali si possono organizzare grandi eventi nei luoghi più diversi e grandi team cosmopoliti, ma le nazioni asiatiche e del medio oriente, gli stessi Stati Uniti che schierano squadre nel World Tour non figurano al vertice del ranking mondiale dell’UCI relativo alle nazioni e agli atleti prof, under 23 e juniores. Questo è fondamentale. Il ciclismo cresce dove ha solide radici e tradizioni. Non s’inventa da un giorno all’altro.

La Lega Professionisti non ha certamente aiutato il mondo professionistico  a crescere. Quale è il suo giudizio, da osservatore, sull’operato della Lega?

Si stanno sperimentando nuove opportunità mediatiche molto utili al sistema anche riguardo all’impatto mediatico delle nostre gare in calendario. Abbiamo comunque quattro squadre professional di ottimo livello, che garantiscono un passaggio qualificato e ben gestito dei nostri giovani e non solo. D’altronde la ricostituzione della Lega era un passaggio obbligato anche per accedere alla mutualità della Legge Melandri sui diritti sportivi, in quanto il nostro professionismo mancava del soggetto di rappresentanza. Il tema è attualissimo e credo che il nuovo Ministro dello Sport, Luca Lotti, amico personale che ci ha onorato della Sua presenza al Giro d’Onore, abbia a cuore tutte le necessità dello sport ed in particolare del ciclismo e potrà operare con un nuovo criterio sul riconoscimento dei diritti televisivi. Stessa situazione per la riforma della Legge 91 sul professionismo. Il CONI ha istituito un tavolo di lavoro con la presenza di tutte le discipline sportive professionistiche. Ha concluso il lavoro coordinato dal nostro Vice Presidente della Lega Vincenzo Scotti ed il documento è alla valutazione del Ministro dello sport

Negli ultimi tempi si è parlato di tensioni tra lei e Gianluca Santilli che alcuni vorrebbero addirittura vicino alla sua principale competitor, Norma Gimondi. Cosa c’è di vero in tutto questo?

Dovrebbe chiederlo a Lui. Per me è un amico appassionato di ciclismo che ho avviato, insieme a tanti altri per fortuna, a maggiori conoscenze della disciplina e del settore amatoriale. Ha collaborato da volontario, come gli altri, con iniziative anche di pregio e di spessore che necessitano di tempi più lunghi per essere apprezzate nel nostro mondo. Comunque dobbiamo recuperare il vero spirito del cicloturismo. E comunque i benefici sono stati utili. Ora è molto interessato alla bikeconomy, che sicuramente lo impegnerà in un settore di grande sviluppo. Per il resto vige il principio della vera democrazia all’interno della FCI

Stesso discorso per Daniela Isetti che non sembra avere un particolare feeling con alcuni suoi elettori. È utopia pensarla in un ruolo diverso da quello di Vicepresidente o Consigliere Federale?

Daniela si è candidata per continuare da dirigente il suo percorso. Nella nostra squadra ha ben operato e soprattutto si è impegnata molto. Situazioni di avversità riguardavano soprattutto il centro studi, che comunque ha prodotto enormi risultati. Nella formazione, grazie ai giovani laureati in scienze motorie ed alle altre professionalità, dai giudici di gara, ai direttori di corsa, alle motostaffette, ai tecnici federali ed altri profili, abbiamo espresso un livello d’eccellenza che il CONI ci riconosce e che molte Federazioni vorrebbero imitare sollecitando la nostra collaborazione. Sul piano del sostegno metodologico e pratico alle squadre nazionali i risultati parlano da soli. Il nostro impegno è tenere alto il livello e soprattutto il gradimento espresso da parte di tutti i partecipanti ai corsi. In quanto alle contestazioni, molte sono svanite ed altre hanno bisogno di tempo per assimilare i cambiamenti. Il mio programma sulla base dell’esperienza recepisce queste indicazioni e prevede di interagire e collaborare maggiormente con i comitati per adeguarsi alle specifiche esigenze territoriali, senza dimenticare che dal 2016 tutti i corsi di 1 e 2 livello sono stati affidati ai Comitati Regionali, oltre ai rispettivi aggiornamenti, e facilitare l’accesso agli iscritti intercettando soluzioni nuove per seguire parte dei corsi anche a distanza.

A livello internazionale ha un importante incarico sui Commissari di gara. Lei ha spesso parlato di “sistema Italia” che vede i giudici più come educatori che come sanzionatori.

L’accento è posto sulla funzione culturale perché è il lievito della crescita e del rinnovamento della categoria. Credo che la grande svolta sia stata soprattutto in questo settore. Abbiamo assunto dei rischi modificando l’assetto ’tradizionale’ del sistema. Su una commissione di cinque membri, tre sono donne, garanzia di impegno e di costanza. Poi abbiamo istituito la figura del selezionatore unico, il tutoraggio fuori ed in gara e per ultimo abbiamo organizzato i corsi Élite Uci in lingua inglese, ed un multidisciplinare ‘regionale’. Evidenzio che gli ultimi commissari internazionali abilitati sono stati: nel 1991 in Veneto Granziera, 25 anni fa, in Liguria Cenere nel 1992 più di 24 anni fa, in Lombardia Monti nel 1991, 25 anni. In Toscana dopo Galletti nel 1978 è stato Crocetti oltre 26 anni. Se registriamo qualche malumore è ben comprensibile, ma altrettanto evidenti erano i privilegi. Oggi quasi tutti gli internazionali hanno compreso il momento e si sono messi a disposizione per far crescere e maturare sul campo i più giovani. Li ringrazio perché abbiamo un serbatoio giudici da far invidia al mondo. Anche il corso che si è svolto a dicembre a Riccione ha registrato una maggioranza di abilitati donne. Quindi una operazione dovuta e vincente, e che piacere che i nostri giudici siano invitati sia da Rcs che da Aso nelle corse degli Emirati, per tutorare i commissari locali o quelli designati dall’UCI dei paesi orientali.

I tempi sono maturi per una riscrittura completa dei regolamenti, modernizzandoli e adattandoli alle reali esigenze delle società?

Si, abbiamo già realizzato l’accorpamento di tutte le norme generali in un testo unico con delle appendici specifiche per settore. Siamo pronti ad emanarlo. Oltre a snellire la burocrazia siamo a buon punto nell’adeguamento del nostro settore informatico, altra perla gestita in casa. Al riguardo, per non apparire generici, si deve ricordare agli associati che molti vincoli sono dettati da leggi di stato: salute, professionismo, fisco e privacy. Piaccia o non piaccia dobbiamo muoverci all’interno delle regole vigenti.

Lei è stato un presidente molto carismatico, ma è sembrato anche molto accentratore. Questo è un suo punto di forza o un punto di debolezza del suo attuale consiglio?

Vale quanto ho detto all’inizio. Sono impegnato almeno 16 ore al giorno per svolgere il mio mandato. Sicuramente non sono tipo da sottrarmi alle responsabilità che mi competono, stabilite dallo Statuto. Tutto il mio programma è ispirato dalla volontà di estendere e consolidare ad ogni livello il lavoro di squadra, di fare sistema per ottimizzare i nostro sforzi nell’interesse del ciclismo italiano.  Ci sono molti dirigenti, professionalmente validi, che via via sono entrati nel gruppo, che hanno capito e condiviso. Basta chiedere a loro. Davvero si può credere che sarebbe stato possibile ottenere certi risultati senza la partecipazione attiva e consapevole delle commissioni e di tutto l’apparato federale, territorio compreso? Più di 200 giorni l’anno sul territorio, per unire e non per dividere.

Un giudizio sui suoi avversari.

Non ho l’abitudine di valutare gli altri e di giudicarli. Mi spiace unicamente vedere riemergere dietro lo schermo del nuovo argomenti e personaggi che abbiamo superato da anni e respinti in più occasioni dall’Assemblea. Ma le Società non si giocano a dadi il futuro del ciclismo. La posta è troppo alta. Conoscono la complessità dei problemi e scelgono le persone che danno maggior affidamento per risolverli insieme.

A Rovereto si limiterà a vincere o addirittura a stravincere?

Stravincere mai. Dopo il risultato di Levico Terme la prima uscita ufficiale l’ho fatta in Piemonte per il mio amico Rocco Marchegiano. Ci siamo stretti la mano ed abbiamo ripreso a camminare insieme per il ciclismo. Aveva perso una corsa e ne poteva vincere un’altra. Così si comportano i veri sportivi. Certo, candidarsi non per vincere ma per far perdere non è un bel segnale. Nella nostra missione siamo anche educatori ed i comportamenti segnano la differenza. Il rispetto dell’avversario, una regola elementare che insegniamo ai nostri giovani.

I delegati dovranno votare per lei perché …

Non sta a me dirlo, mi affido alle cose realizzate con passione ed impegno da parte di tutta una squadra che ha ben operato e agli obiettivi proposti. Sono certo che dopo aver pedalato per tanti anni in salita, ora con i risultati sia le società che gli atleti possano finalmente iniziare a divertirsi con le soddisfazioni ottenute. Concludo con le parole del saluto inviato in occasione dell’Epifania. Auspico che l’Assemblea si svolga in uno spirito di amicizia, di lealtà e condivisione. Che l’interesse generale sia anteposto alle divisioni ed ai personalismi aridi e astiosi. Confido che il nostro movimento sia maturo per affrontare le nuove sfide con serenità di giudizio.  Questo è il mio augurio fervido e sincero.

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