Francia, laddove si può fare inchiesta senza turbare i ciclofili

Lunedì scorso l’emittente francese France 2 ha trasmesso uno speciale di Cash Investigation, una sorta di Report transalpino, dedicata al doping ed in particolare al “Doctor Mabuse”, alias Bernard Sainz, con interviste ad ex corridori e una ripresa con microcamera nascosta che ha evidenziato come Sainz, nonostante il divieto di frequentazione, pratichi ancora oggi la sua discussa attività.

Questo servizio ci riporta alla mente le polemiche scatenate dall’intervista  di Di Luca a “Le Iene” dopo la pubblicazione del suo libro. Alcuni ciclofili, anche addetti ai lavori, non hanno esitato ad accusare la trasmissione di Italia Uno e la Piemme editrice (del gruppo Mondadori e dunque della famiglia Berlusconi) di avere attaccato il ciclismo solo per denigrarlo dato che i diritti di questo sport sono in possesso della Rai. Insomma, più che concentrarsi sul contenuto dell’intervista e del libro hanno preferito tentare di insinuare dubbi sulla credibilità dei denuncianti facendo capire che ci sia un disegno molto più ampio e decisamente meno nobile. Tipica reazione italica.

Non a caso la Rai, che al Giro d’Italia ha promosso libri che venderanno un centinaio di copie, si è guardata bene dal citare Danilo Di Luca e le denunce contenute nel suo vendutissimo “Bestie da vittoria”. Anzi, nel corso di un “Processo alla Tappa”, Alessandra De Stefano non ha neppure citato Di Luca dicendo:« Un ex corridore ha recentemente scritto un libro … ».

Per il popolo italico la banalizzazione è fatta: Mediaset è contro il ciclismo, la Rai a favore.

Oltre confine è tutto diverso. France2 da oggi trasmetterà il Tour de France ed è una televisione molto vicina al ciclismo. Eppure ha condotto un’inchiesta sul doping nel ciclismo esattamente come aveva fatto un anno fa con “L’experience interdite”. Nessuno in Francia ha detto che France2 vuole distruggere il ciclismo, nessuno ha parlato di diritti televisivi e magari di sponsor. Tutti hanno guardato alla luna e non al dito.

Certo, il ciclismo non ha bisogno certamente di sputtanamenti gratuiti, ma neppure di ipocrisia. E purtroppo l’ipocrisia, non solo per questioni di doping, è strettamente legata al ciclismo italiano. «E’ così, ma non si può dire». «Hai ragione, ma ci sono degli equilibri». «E’ vero, ma se lo dici ti attaccano». Tante frasi fatte che abbiamo sentito in questi anni e che ci hanno fatto capire come nel ciclismo italiano molti sappiano le cose, ma pochissimi le vogliano dire.

Il processo di guarigione parte da una piena presa di consapevolezza della malattia, mentendo sull’esistenza della stessa non si farà altro che agevolarla. Già, ma quanti vogliono curare il ciclismo malato e quanti altri vogliono invece continuare a trarne un piccolo-grande profitto ?

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