Tutti ostaggi e ricattabili: così il sistema usa l’antidoping per spartire il potere

Il libro di Danilo Di Luca e le successive interviste stanno arrivando a segno. Non ci stiamo riferendo al popolo ciclistico, nel quale è sicuramente predominante la quota di forcaioli, poco attratti dal cosa dice Di Luca, ma molto di più dal fatto che lo dica lui. Ci riferiamo all’appassionato tiepido o addirittura a quello che il ciclismo non lo segue proprio, ma che ha sempre avuto la convinzione, inculcata dai media, che i corridori fossero tutti “bombati”.

Di Luca è riuscito a spostare il focus del problema: dal singolo ciclista al sistema totalmente marcio.

DISCREZIONALITA’ DEI CONTROLLI: Questo aspetto è la primo punto oscuro dell’attuale sistema antidoping. Oggi si è stabilito, probabilmente a ragione, che i controlli in competizione siano poco efficaci. Vengono allora potenziati i controlli fuori competizione e qui aumenta la discrezionalità degli organi politici. Se nel controllo in competizione ci sono criteri precisi (vincitore, secondo classificato, maglia di leader, sorteggio), nei controlli fuori competizione no. Chi gestisce l’antidoping sceglie chi mettere sotto la lente d’ingrandimento. Ci sono corridori che vengono controllati quasi giornalmente (tanto che l’ispettore antidoping racconta ironicamente che «Il cane ormai non abbaia più») e altri che vengono controllati molto meno. Appare evidente che questa discrezionalità su di un tema così importante pone le squadre nella condizione di essere ricattabili o comunque assoggettate al volere del potere. Sarebbe sufficiente stabilire regole per i controlli fuori competizione o quanto meno rendere pubblici i controlli effettuati in modo che tutti possano sapere chi sono i super controllati e chi invece non viene controllato affatto.

PERSEGUIBILITA’ DEL TEAM MANAGER: Nell’attuale sistema il Team Manager è colui che ha dei vantaggi se un corridore si dopa, ma non rischia nulla se questo lo fa. Questa situazione alimenta il problema del doping. Solo nel ciclismo, infatti, il “non sapevo” da parte di chi ne trae comunque un beneficio non rappresenta una colpa. Legando la positività del corridore alla colpevolezza del Team Manager, magari per “omesso controllo” come avviene per un direttore di un giornale, si uscirebbe dall’ipocrisia del:”Quello che fai per vincere non mi interessa, se vinci sono contento, ma sei ti beccano sono affari tuoi”.

STOP AI CONTRATTI ANNUALI: In un mondo che cerca in ogni modo di combattere il precariato, nel ciclismo spopolano (soprattutto tra le Professional) i contratti annuali. Nel calcio il contratto annuale è visto malissimo perché non tutela la società. Perché nel ciclismo invece  ce n’è quasi un abuso ? Semplice, perché con il contratto annuale il corridore è ricattabile e stimolato, per così dire, a dare sempre il massimo.  Come, sono affari suoi. Perché il ciclismo respinge un business che potrebbe essere quello di avere contratti di più anni (4 o 5) ed eventualmente di vendere il cartellino ? Semplicissimo, perché un corridore con un contratto di 4 o 5 anni non si dopa per vincere.  Si può quindi dire che a volte alle società fa più comodo che i corridori siano ricattabili che fare delle plusvalenze economiche su di loro.

CONTROLLI UGUALI PER TUTTI GLI SPORTIVI: Anni fa i corridori hanno accettato pratiche ai limiti, per non dire oltre, la legge. Procedure che violano la privacy e che altri sportivi hanno rifiutato senza troppe discussioni. I calciatori, ad esempio, hanno giudicato improponibili i controlli fuori competizione come nel ciclismo. E come dargli torto: mandare un sms ogni qualvolta si esce indicando dove si va, non è umano. Ci sono valori, e la libertà è uno di questi, per cui non ci possono essere deroghe soprattutto se si parla di sport. Perché l’Accpi e l’associazione internazionale di corridori non dicono stop a questa barbarie lesiva dei diritti umani dei corridori ? Forse perché l’Accpi e l’associazione internazionale dei corridori siedono direttamente all’interno delle istituzioni ?!?  O forse perché in questo modo i corridori, che eleggono i vertici delle loro associazioni, siano ricattabili dal sistema che magari gradisce che i vertici di queste associazioni siano morbidi e, magari, non troppo dalla parte dei corridori.

TROPPA LA DISCREZIONALITA’ DEI GRANDI ORGANIZZATORI: Il ciclismo non è uno sport meritocratico. La licenza per il Word Tour si compra e non si conquista sul campo e così anche per le Professional non sono i risultati a dire chi è meritevole di essere al via delle grandi corse (Giro d’Italia, Tour de France, Vuelta Espana, ecc) e chi no. Questo grandissimo potere che hanno gli organizzatori aumenta la discrezionalità e la riscattabilità delle squadre.  Così l’anno scorso il Giro ha invitato la CCC – Sprandi (Sprandi anche sponsor del Giro), ma ha chiesto alla società polacca di non invitare né Rebellin né Schuamcher. Insomma, i due più forti e rappresentativi corridori di una squadra mediamente scarsa, non sono graditi all’organizzazione per le loro vicende di doping passate da molti anni. Sempre l’anno scorso, Rcs avrebbe chiesto e ottenuto l’allontanamento di Luca Scinto dalla Southeast sebbene il Diesse toscano non fosse coinvolto in nulla. In questo quadro ecco spiegata la reazione delle Professional nei confronti dei corridori positivi.

TUTTI ZITTI E TUTTI ALLINEATI: La Juventus ha vinto il primo degli ultimi cinque scudetti in piena battaglia con la Federazione Italiana per il conteggio degli scudetti ( e relativa assegnazione della stella) e per la richiesta danni post-calciopoli. Nonostante questo e nonostante le dichiarazioni al veleno dei vertici del club bianconero nei confronti del massimo organo calcistico italiano, la Juve ha vinto. Negli anni successivi ha continuato a vincere perché oggettivamente la più forte nonostante alle elezioni federali si sia schierata, senza troppi giri di parole, al fianco del candidato poi risultato perdente.  Nel ciclismo sarebbe mai potuto avvenire che una squadra palesemente contro al sistema potesse ottenere tutti questi successi ?!? A nostro parere no. Nel calcio si può interferire sui risultati attraverso gli arbitri (che sono comunque indipendenti dal potere politico), nel ciclismo lo si può fare (anche) con l’antidoping. Quante volte abbiamo sentito dire la frase “Hai ragione, ma non posso dirlo se no mi fanno morire” ? Tante, sicuramente troppe.

Insomma, come abbiamo visto da questi pochi esempi nel sistema ciclistico tutti devono essere controllabili e ricattabili. Le squadre nei confronti degli organismi mondiali e nazionali, i corridori nei confronti delle squadre il tutto nella massima ipocrisia, in mondo in cui ognuno è attento SOLO a proteggere il proprio fondoschiena non facendo nulla per migliorare la condizione di tutti.

La gente normale, anche grazie al libro di Danilo Di Luca, lo sta capendo. Perché anche il semplice appassionato di ciclismo ha timore ad ammettere che i corridori sono ostaggio del sistema e che spesso chi risulta positivo può essere stato punito dal sistema stesso ?

1 Commento


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  1. In Svizzera non va nessuno a mettere gli occhi sull’antidoping. La corruzione e gli aiuti alle squadre degli amici sono lla norma.
    Per non parlare poi delle federazioni di tutti i paesi che aiutano i loro migliori e li coprono.

    Se la polizia cominciasse davvero a indagare sul doping, sulla corruzione e sui contratti che tutelano solo i manager, in Italia non resterebbe più una squadra non toccata.
    Tanti signori dall’apparenza ekegante e gentile, falsi come serpenti, conoscerebbero le patrie galere.
    Questa è l’unica spiegazione del nulla che fanno la federazione, la lega dei professionisti ed il sindacato dei corridori. Tutti campano sulla ignoranza e la riverenza da pecore dei corridori.

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