12 anni fa moriva Pantani. Cos’è cambiato in questi anni ?

Ieri il mondo del ciclismo e non solo ha ricordato Marco Pantani, uno dei più grandi campioni dello sport di sempre scomparso il 14 febbraio del 2004. Sono 12 anni che Pantani è morto e a maggio saranno 17 gli anni da quell’episodio che segnò profondamente la sua carriera e soprattutto la sua vita, vale da dire lo strano controllo ematico che lo ha estromesso da un Giro già praticamente vinto.

In tutti questi anni è cambiato qualcosa ? Purtroppo no. L’antidoping è spesso usato come forma di repressione e come controllo del potere. Lo si è visto nel caso Armstrong e non solo. Prima il potere ciclistico ha creato il demonio del doping e poi ha usato l’antidoping per calmare i ribelli e amministrare il potere. Nel nome dell’antidoping, l’Uci è arrivata addirittura a mettere dei propri uomini a capo di alcune squadre e alcuni grandi organizzatori hanno “chiesto” di rimuovere un Direttore Sportivo non squalificato e non implicato in vicende di doping. Neppure la libertà di espressione sembra essere apprezzata. E’ sufficiente parlare con corridori, team manager, ma anche semplici tesserati di provincia, a taccuino chiuso per ottenere certe risposte, che vengono totalmente annacquate e smorzate se si tratta di un’intervista ufficiale. Stessa cosa per altre componenti del ciclismo tra cui regna la paura ad esporsi.

Quella paura che proprio non conosceva Marco Pantani e che lo ha portato a schierarsi contro le istituzioni ciclistiche e sportive per difendere i diritti di tutti i corridori. Certo, un corridore come lui che aveva il pubblico dalla sua parte, che non era comprabile e che pensava al ciclismo e ai corridori era un vero e proprio pericolo per chi nel ciclismo voleva solo fare i suoi interessi.

Ma cos’è cambiato in questi anni ? Nulla. Come i fatti hanno dimostrato l’antidoping ha spesso scricchiolato dando talvolta l’impressione di essere un vero e proprio strumento politico. Anche la libertà e la democrazia interna al ciclismo è ridotta ai minimi termini.

La colpa non è solo del sistema, è dei tanti, sicuramente troppi, che piegano la testa in silenzio anche difronte a cose che dovrebbero suggerire tutto fuorché il silenzio. Praticamente nulla è cambiato. Peccato perché oltre ad aver perso un grande campione, forse il più grande, il ciclismo ha perso una grande occasione per migliorarsi.

Peccato perché se solo i tanti fans di Pantani che fanno parte del mondo del ciclismo, e che ieri lo hanno ricordato sui social network con post e video, avessero un cinquantesimo del suo coraggio il ciclismo di oggi sarebbe senza dubbio diverso e migliore. Invece, come diceva don Abbondio, uno il coraggio non se lo può dare. E così avanti con l’ipocrisia di venerare Pantani e non fare nulla contro il sistema che lo ha ucciso. Questo è il mondo del ciclismo.

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