Rebellin assolto a Padova, tante le storture della giustizia sportiva

Ancora una volta il ciclismo si è fatto del male e ha fatto del male, reiteratamente, ad uno dei suoi campioni. Per anni ce l’hanno etichettato come “dopato” e oggi scopriamo che dopato non lo era e che è stato squalificato solo perché le norme del Cio prevedono che sia sufficiente un confortante convincimento del collegio giudicante, mentre per le leggi italiane serve che sia colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. Dunque, nessuna prova a carico di Rebellin, ma solo una serie di falle nella conservazione del campione. Anche il metodo per individuare il Cera all’epoca non era validato e dunque i dati emersi potrebbero non essere corretti.

La sentenza sportiva è definitiva, ma la domanda che ci poniamo è la seguente: perché degli elementi a difesa dell’imputato si è tenuto conto solo in sede penale e non anche in quella sportive. Se le prove portate dalla difesa di Rebellin hanno sgretolato l’impianto accusatorio in ambito penale, perché su quelle stesse prove si è sorvolato in ambito sportivo ?

Purtroppo, la giustizia sportiva stabilisce che l’onere della prova sia a carico dell’accusato e non, come in quella ordinaria, dell’accusa. Non solo per questo in ambito sportivo è difficile che un accusato venga poi assolto, l’atteggiamento dei giudici è infatti tendenzialmente contrario e poco aperto a valutare cavilli ed elementi.

Tanti, tra cui il presidente della Juventus Andrea Agnelli, hanno chiesto di riformare il principio dell’onere della prova nei processi sportivi, tuttavia dopo le parole di apertura del presidente Malagò, nell’ultima riforma della giustizia sportiva dell’inversione della prova non vi è traccia.

Così, Rebellin è stato assolto dalla giustizia penale e per gli stessi fatti condannato da quella sportiva. Ma la verità dei fatti non dovrebbe sempre essere unica ?

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