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La crisi nell’ambiente del ciclismo professionistico è cosa nota e non di recente esplosione, sono anni che le squadre chiudono o si accorpano, la Cannondale-Garmin ne è l’ultimo esempio, come ne è un esempio di tutto rispetto il ritorno come negli anni del ciclismo che fu dei marchi di biciclette come main sponsor.

Sponsor, dall’Australia una nuova frontiera

La crisi nell’ambiente del ciclismo professionistico è cosa nota e non di recente esplosione, sono anni che le squadre chiudono o si accorpano, la Cannondale-Garmin ne è l’ultimo esempio, come ne è un esempio di tutto rispetto il ritorno come negli anni del ciclismo che fu dei marchi di biciclette come main sponsor.

Insomma soldi nel ciclismo pro ne girano sempre meno e chi ne ha è restio a metterli nel mondo delle due ruote a pedali.

In questo inizio di stagione però si può notare una cosa. Attualmente sono in corso due corse a tappe nell’emisfero australe del pianeta. Due corse che nonostante la differenza di classificazione nel calendario internazionale e le non poche difficoltà logistiche per raggiungere la parte di sotto del mondo si dividono il “Circus del pedale”. Si tratta del Tour de S. Luis in Argentina e del Santos Tour Down Under nel sud dell’Australia, primo evento UCI World Tour della stagione appena iniziata.

Già la denominazione delle due manifestazioni fa balzare agli occhi una differenza sostanziale, la corsa australiana ha inserito nel nome anche quello di uno sponsor. Un colosso australiano dell’energia, legato da anni alla sponsorizzazione di questo e altri eventi in Australia. Un po’ quello che succede nel campionato di Calcio di serie A dove la corretta denominazione comprende un conosciutissimo gestore di telefonia mobile.  Ma oltre alla Santos definita dall’organizzazione della corsa australiana “Naming rights sponsor” ogni singola tappa è legata nella stessa definizione ad uno sponsor, abbiamo così un programma  gara che comprende: la Hostworks Stage 1, la southaustralia.com Stage 2, la Thomas Foods Stage 3, la Bupa Stage 4, la BikeExchange Stage 5, e la Be Safe Be Seen MAC Stage 6. Insomma ogni singola definizione della tappa mette in risalto il nome dello sponsor più delle sedi di partenza e di arrivo.

Che sia questa la nuova frontiera che porterà soldi ed entusiasmo economico nel salvadanaio del ciclismo professionistico? E una soluzione come quella australiana può trovare terreno fertile nella vecchia e conservatrice Europa? Come accetterebbero una denominazione che mette in primo piano lo sponsor rispetto alla denominazione tradizionale della gara i suiveur del ciclismo da sempre più legati al passato che alle innovazioni moderne. E anche gli stessi organizzatori, soprattutto quelli piccoli e animati da sana e onesta passione, sarebbero disposti a “vendere l’anima al diavolo” per quello che considerano a tutti gli effetti un loro figlio. é pur vero che come dicevano gli antichi “Pecunia not olet” ma gli sponsor specie se non istituzionali sono spesso considerati un male necessario e se non legati per questioni di territorio o conoscenze personali visti sempre con un po’ di diffidenza. Considerati degli estranei che vogliono mettere le mani sul lavoro dell’organizzatore di turno. Ma gli stessi sponsor sarebbero interessati ad un sistema di sponsorizzazione come quello australiano? Perché un conto è mettere soldi in manifestazioni di  primissima grandezza, Giro d’Italia, Tour de France e simili, dove spesso gli stessi organizzatori legano gli sponsor non solo alla manifestazione più grande ma anche ad altre manifestazioni organizzate durante l’anno. Ad esempio la RCS, mamma del Giro, organizza la Sanremo, le Strade Bianche, Il Lombardia, Il Piemonte ecc, ecc e quindi può offrire agli sponsor varie possibilità di sponsorizzazioni e una visibilità non solo nazionale ma anche internazionale. Il discorso cambia per la miriade di gare e garette che hanno arricchito per anni i calendari nazionali di Italia, Francia e Spagna, per restare ai paesi a maggior tradizione ciclistica e che da anni faticano a mettere su delle starting list degne di essere chiamate tali o addirittura ad essere disputate.

Un trofeo Laigueglia, ad esempio, da sempre gara di un certo appeal nell’ambiente, e portatrice del nome delle cittadina turistica savonese nel mondo, potrebbe legarsi ad un “Naming rights sponsor” senza provocare di riflesso uno sganciamento economico e logistico del Comune rivierasco? Non sono a conoscenza di prove concrete ne a favore ne contrarie al “modus operandi” australiano, ma da osservatore esterno sono più propenso a supporre una rottura nei già difficili equilibri che animano l’esistenza stessa delle gare, degli stessi organizzatori e istituzioni coinvolte.

Mario Prato

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