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Il ciclismo professionistico dovrebbe rappresentare il traino per l’intero movimento ciclistico. Nel calcio è tutto enfatizzato, ma il processo che avviene è applicabile, con i dovuti metri di paragone, a tutti gli sport.

Tutto gira attorno alle grandi squadre, il business, l’entusiasmo dei giovani che intraprendono quello sport, la passione dei tifosi che leggono i giornali o si abbonano alle pay-tv.

Ciclismo sempre più ostile agli investitori: la drammatica situazione dei prof.

Il ciclismo professionistico dovrebbe rappresentare il traino per l’intero movimento ciclistico. Nel calcio è tutto enfatizzato, ma il processo che avviene è applicabile, con i dovuti metri di paragone, a tutti gli sport.

Tutto gira attorno alle grandi squadre, il business, l’entusiasmo dei giovani che intraprendono quello sport, la passione dei tifosi che leggono i giornali o si abbonano alle pay-tv.

 

Nel ciclismo, invece, non funziona così. Anche perché il movimento ciclistico italiano è ormai ridotto al lumicino. Nessuna squadra nel World Tour, tre Professional italiane e tante Continental. Insomma, il traino del ciclismo italiano è il ciclismo dilettantistico. Se si escludono gli organizzatori di gare professionistiche, che per un giorno all’anno sono i “protagonisti” (dipende poi sempre da quale corsa organizzano) il ciclismo italiano d’elite non c’è.

La colpa non è solo della crisi economica, ma di un’impostazione troppo vecchia per risultare appetibile agli investitori. Una squadra professionistica oggi è più o meno organizzata come poteva esserlo vent’anni fa. L’organico un po’ numeroso, qualche trasferta in più, ma l’impostazione è esattamente quella di decenni fa.

Il Team Manager è il deus ex machina della squadra, firma i contratti con gli sponsor e fa la squadra spendendo un euro meno di ciò che è riuscito a raccogliere. Nessuna programmazione, nessun investimento, niente di niente. E tutto questo con la crisi economica non c’entra veramente nulla. Anzi, la maggior difficoltà a reperire sponsor avrebbe potuto portare i Team Manager alla decisione di cambiare rotta.

Sia chiaro, non è che il calcio italiano stia molto meglio, ma se non altro ha capito che occorre cambiare rotta. La Juventus lo ha capito da tempo, le altre lo stanno gradualmente facendo copiando né più e ne meno ciò che avviene all’estero.

Il ciclismo è molto probabilmente uno degli investimenti sportivi che danno maggior ritorno e sempre più imprenditori si stanno appassionando a questo bello sport. Ciò nonostante nessuna variazione sul tema. Pensiamo ai velodromi che si stanno costruendo, tutti secondo una vecchia concezione.

Proviamo per un attimo a chiudere gli occhi, unire tutti questi elementi ed immaginare che quattro o cinque imprenditori creino una società, che costruiscano un velodromo secondo la nuova concezione, con annesso centro commerciale, cinema, e altre attrazioni in grado di produrre business. Ipotizziamo che magari all’interno ci mettano anche un centro di preparazione, simile a quello che Squinzi creò con grande lungimiranza circa 20 anni fa. Poi, supponiamo che vengano nominati dei dirigenti, tutti esterni al ciclismo, tutti laureati con esperienza nel mondo del business e che questi inizino a cercare sponsor per allestire una squadra di primo piano. Che parallelamente partano in tutt’Italia dei camp a pagamento per giovani corridori e che gradualmente si vadano a creare tante squadre giovanili sparse per l’Italia che portino ad un’unica super formazione di Under 23. Che tutti i tecnici siano formati da personale qualificato della società professionistica. Che questo progetto non sia a durata limitata, pari della durata del contratto con il main sponsor come avviene oggi, ma che sia un progetto molto più ampio e in grado di camminare con le proprie gambe, in grado di fare tornare il ciclismo italiano al ruolo che gli compete.  Già, tutto bello, ma quanto costa ? Tanto, ma quanto può dare agli investitori ? Tantissimo.

Purtroppo però la crisi del ciclismo fa si che gli imprenditori, tranne quegli eroi che sponsorizzano ancora le nostre squadre, preferiscano mettersi la maglietta e i pantaloncini e uscire loro in bicicletta. Spendere decine di migliaia di euro in mezzi super performanti, fare stage all’esterno, partecipare a gran fondo e sentirsi Merckx per un giorno.

La colpa però non è solamente la loro, ma di tutto un ambiente che negli anni ha fatto di tutto per allontanare coloro che potevano diventare degli investitori. Pochissime certezze, ascolti televisivi buoni per uno sport di nicchia, ma lontani dalla decenza e un elevatissimo rischio di scottarsi pesantemente con il delicatissimo tema del doping.

Ecco perché al ciclismo non resta che sognare, ad occhi aperti, un futuro migliore perché la realtà è tutt’altro che positiva. 

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