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Abbiamo più volte narrato di regole inapplicate, di sanzioni insabbiate e di un’applicazione della giustizia decisamente poco giusta. Lo stato di estrema crisi in cui versa il ciclismo italiano non sembra però aver ricondotto politicanti e servitori  a porre, come dovrebbe essere, il regolamento al di sopra di tutto.

Come abbiamo già evidenziato, il Comitato Regionale Lombardo ha sostituito il presidente della Commissione Disciplinare che non è assolutamente sostituibile in quanto organo di giustizia. Nonostante nessuna norma preveda questo e la vicenda sia nota in ambiente federale, nessuno ha fatto nulla per invertire questo abuso.

In Lombardia rimosso un organo di giustizia, nel Lazio il Giudice Sportivo fa gli sconti e la STF approva un campionato irregolare: ecco dove è arrivato il ciclismo italiano

Abbiamo più volte narrato di regole inapplicate, di sanzioni insabbiate e di un’applicazione della giustizia decisamente poco giusta. Lo stato di estrema crisi in cui versa il ciclismo italiano non sembra però aver ricondotto politicanti e servitori  a porre, come dovrebbe essere, il regolamento al di sopra di tutto.

Come abbiamo già evidenziato, il Comitato Regionale Lombardo ha sostituito il presidente della Commissione Disciplinare che non è assolutamente sostituibile in quanto organo di giustizia. Nonostante nessuna norma preveda questo e la vicenda sia nota in ambiente federale, nessuno ha fatto nulla per invertire questo abuso.

 

Il Giudice Sportivo del Lazio, Antonino Ianni, nel suo comunicato del 25 febbraio è andato a scontare un’ammenda da lui stesso comminata nel settembre 2013. Senza voler entrare nel merito delle motivazioni da lui addotte, questo compito non spettava a lui, ma alla commissione disciplinare.

Sempre in tema di regole non applicate da chi dovrebbe anche farle rispettare, citiamo l’esempio del campionato italiano Elite che, secondo quanto si apprende, avrà il suo arrivo in pista. Peccato che l’articolo 83 del Regolamento Tecnico vieti espressamente che una prova di campionato italiano si possa concludere in pista.

Questi solo tre dei moltissimi casi che da anni ormai si verificano nella Federazione Ciclistica Italiana. La colpa non è ovviamente del presidente Di Rocco, tuttavia né da lui né dai consiglieri, né dai suoi collaboratori e tanto meno dai presidenti regionali è mai arrivato l’input per l’inversione di tendenza.

Sarebbe sufficiente andare a colpire coloro quell’organo di giustizia che non rispetta le regole, rimuovere quel dirigente federale che concede deroghe ad un regolamento che non gli appartiene e dare a tutti la giusta indipendenza.

«Le società fanno fatica ad organizzare e così bisogna andargli incontro» ci ha detto più di un dirigente federale e lo stesso discorso vale per i giudici. Noi crediamo che le società vadano aiutate concretamente dalla Federazione, ad esempio con sgravi sulle tasse gara o con servizi gratuiti agli organizzatori, ma che l’aiuto non possa arrivare sotto forma di complicità nel non rispetto delle regole. Se anche lo stato dovesse agire come sta agendo la FCI ci direbbero che è lecito andare a rubare perchè c’è la crisi.

Nella vita normale se si agisse così si andrebbe diritti in galera: pensiamo al Carabiniere che non denuncia un reato, al funzionario comunale che, senza alcun potere, deroga al rispetto di una legge, ad un politico che rimuove una persona dall’incarico senza averne titolo, oppure ad un giudice che agisce palesemente al di fuori della legge e delle procedure.

Anche in ambito sportivo questa prassi non è comune, nel calcio, anche minore, ad esempio, il Giudice Sportivo decide in presenza del delegato degli arbitri (in questo modo gli insabbiamenti sono impossibili) e sulla base di tabelle rigide. Il secondo grado di giudizio si basa poi su di una propria giurisprudenza e non è affatto lo scontificio che spesso ci troviamo di fronte nel ciclismo, con motivazioni bizzarre tirate in ballo pur di togliere una multa. Inutile dire che non esistono deroghe.

Qui invece siamo nel ciclismo e tutto è lecito purchè possa in qualche modo contribuire a creare consenso, senza accorgerci che senza regole un movimento non potrà mai essere credibile. 

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