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La nostra non è un’antipatia personale nei confronti dell’ACCPI e non è neppure un desiderio di contraddizione, semplicemente siamo indignati del fatto che l’associazione che dovrebbe difendere i corridori spesso non lo faccia e che anzi a volte dia il suo contributo ad affossare il corridore.

Analizziamone il nome, l’acronimo deriva da Associazione Corridori Ciclisti PROFESSIONISTI Italiani: ACCPI.

Corridori presi in giro dall’ACCPI ? Ecco perchè la politica di Salvato non ci convince

La nostra non è un’antipatia personale nei confronti dell’ACCPI e non è neppure un desiderio di contraddizione, semplicemente siamo indignati del fatto che l’associazione che dovrebbe difendere i corridori spesso non lo faccia e che anzi a volte dia il suo contributo ad affossare il corridore.

Analizziamone il nome, l’acronimo deriva da Associazione Corridori Ciclisti PROFESSIONISTI Italiani: ACCPI.

 

Forse non tutti sanno che da qualche anno quest’associazione ha mutato il suo statuto aprendo agli Elite senza contratto e alle Donne Elite. Qui c’è la prima contraddizione formale e sostanziale. Per la legge italiana sono PROFESSIONISTI quegli sportivi che lavorano per società di capitali. Un’associazione che nella sua denominazione fa riferimento alla tutela dei PROFESSIONISTI, ma che poi finisce per aprirsi a chi professionista non lo è. Oltre al problema formale, c’è anche un problema sostanziale: difendendo i diritti dei non professionisti si vanno a ledere gli interessi di chi professionista lo è.

Questa incongruenza la si può toccare con mano nella vicenda delle Continental italiane. Ricordiamo che la Federazione ha consentito a queste formazioni di poter essere delle ASD, i corridori di queste squadre non sono quindi dei professionisti e vanno a togliere un contratto di lavoro a chi è professionista. L’ACCPI, tollerando in supino silenzio questa decisione, ha penalizzato i corridori professionisti.

Parliamo ora del caso Reda, un caso ridicolo che in qualunque altro sport si sarebbe chiuso con un’archiviazione immediata e che nel ciclismo ha portato il corridore ad una condanna di due anni. L’ACCPI non solo a cose fatte non ha neppure emanato un comunicato per dirsi vicina al corridore, ma non ha, come in tutti gli altri casi, neppure messo i propri legali a disposizione gratuita dei corridori. Questo dovrebbe essere il compito dell’ACCPI: tutelare e difendere in ogni modo e con ogni mezzo i corridori professionisti.

Pare che l’ACCPI sia sempre più una sorta di ufficio federale aggiunto, non ha caso ha sede anche nel palazzo del CONI in Via Piranesi a Milano. L’ACCPI oggi è quell’organismo che si occupa principalmente della suddivisione dei premi e di altri oneri burocratici che qualunque commercialista potrebbe fare.

Qualche tempo fa un membro ACCPI ci assicurò che la politica troppo remissiva dell’associazione era da ricondurre alle colpe della coppia Colombo – Scaglia. Oggi loro non ci sono più, ma non ci risulta che l’ACCPI abbia cambiato atteggiamento. Non vogliamo essere prevenuti e speriamo che presto Salvato e soci possano convincerci del contrario.

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