La giustizia sportiva fa ormai più ridere di una bella barzelletta. Di questo sono convinti appassionati, tifosi e addetti ai lavori. Solo le Federazioni e il CONI la difendono tra l’ilarità generale riservata a chi difende qualcosa di assolutamente indifendibile. Con la sentenza Pozzato di oggi, gli organi di giustizia hanno confermato tutto questo.

Il corridore veneto è stato squalificato per tre mesi, per aver frequentato il dottor Michele Ferrari, con effetto retroattivo e tornerà quindi in gara la prossima settimana.  In questo modo i “parrucconi” del CONI hanno voluto salvare, dal loro punto di vista, capra e cavoli non assolvendo Pozzato, in modo da mettersi al riparo da critiche ed eventualmente risarcimenti danni per le Olimpiadi mancate, e dall’altro non sono andati a creare un danno ad un corridore innocente.

Come è stato più volte detto e scritto, anche su giornali autorevoli, il divieto fatto ai tesserati di frequentare Michele Ferrari era assolutamente discutibile e attaccabile dal punto di vista giuridico.

Ancora una volta la giustizia sportiva non riesce a valutare serenamente i fatti tenendo in considerazione le regole e le procedure. Gli organi giudicanti della giustizia sportiva, non solo nel ciclismo, danno quasi sempre l’impressione di non poter andare contro l’accusa.

Pur non essendo juventini, la nostra speranza è che la battaglia portata avanti da Andrea Agnelli per una riforma della giustizia sportiva venga vinta, perché quando ci sono in ballo interessi economici rilevanti, come nello sport a livello professionistico, non ci si può permettere che a giudicare siano persone che non valutano (o peggio, non conoscono) fatti, regole e procedure.

Concludiamo riportando la frase scritta da Pozzato sul suo profilo Twitter:” La cosa più brutta? La sentenza nn ha preso x il culo pozzato,ma tutto il ciclismo #sapevatelo cmq da domani si ricomincia #gogogo”.