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C’è chi dice che il ciclismo è uno sport in salute, c’è chi dice che tutto nel ciclismo va bene, c’è addirittura chi sostiene che il ciclismo sia uno sport dal futuro roseo.

Il bellissimo articolo comparso questa mattina su “La Gazzetta dello Sport” a firma del bravo Ciro Scognamiglio, non lascia però troppo spazio all’ottimismo.

Da un’inchiesta è infatti emerso che un professionista su cinque non ha una squadra, leggasi anche posto di lavoro, per il 2011. Come giustamente scrive Scognamiglio, il 21 % di disoccupazione del ciclismo italiano è quasi tre volte più alto rispetto all’8,7% dell’Italia che rappresenta comunque un record storico a causa della crisi.

Disoccupazione alle stelle: il ciclismo professionistico sta morendo

C’è chi dice che il ciclismo è uno sport in salute, c’è chi dice che tutto nel ciclismo va bene, c’è addirittura chi sostiene che il ciclismo sia uno sport dal futuro roseo.

Il bellissimo articolo comparso questa mattina su “La Gazzetta dello Sport” a firma del bravo Ciro Scognamiglio, non lascia però troppo spazio all’ottimismo.

Da un’inchiesta è infatti emerso che un professionista su cinque non ha una squadra, leggasi anche posto di lavoro, per il 2011. Come giustamente scrive Scognamiglio, il 21 % di disoccupazione del ciclismo italiano è quasi tre volte più alto rispetto all’8,7% dell’Italia che rappresenta comunque un record storico a causa della crisi.

Questi dati non lasciano spazio ad interpretazioni, ma purtroppo, tranne “La Gazzetta dello Sport” che ha lanciato la riflessione, noi che l’abbiamo ripresa e pochi altri che vorranno trattarla, i vertici del ciclismo italiano e mondiale non si cureranno affatto di questi dati che è riduttivo definire allarmanti.

Proviamo ad analizzare i motivi di questa situazione:

NEOPROFESSIONISTI SENZA RISULTATI: Negli ultimi anni sono stati moltissimi i corridori che sono passati professionisti senza aver ottenuto nelle categorie dilettantistiche risultati degni di nota. Il regolamento della Federazione Italiana per il passaggio al professionismo è tanto giusto quanto inutile poiché le ammissioni alla massima categoria dovrebbero essere stabilite a livello internazionale e non con le norme attuali che rendono l’aggiramento delle regole assolutamente banale.

SQUADRE POCO SOLIDE: Troppe squadre Continental (purtroppo anche delle Professional) basano la loro attività sui corridori che corrono gratuitamente o che portano uno sponsor. L’atteggiamento di alcuni team “manager” che accettano di mettere in piedi squadre con budget estremamente ridotti (che servono a stipendiare proprio il Team Manager) porta inevitabilmente al tracollo del sistema. Queste squadre, quasi sempre con sede all’estero, non basano la loro attività alla ricerca di risultati (è già tanto se finiscono le corse), non hanno l’obiettivo di fare crescere i giovani (spesso sembrano un “cimitero di elefanti”) e non hanno l’obiettivo di fare del marketing perché non lanciano affatto l’immagine dello sponsor.

CORRIDORI CON LO SPONSOR: Nell’inchiesta di Ciro Scognamiglio emerge come molti corridori passati professionisti, dopo 2 anni non trovino più una squadra disposta a farli correre. Questo fenomeno potrebbe trovare riscontro nel fatto che molti corridori, soprattutto negli ultimi anni, sono passati professionisti solo grazie alla loro disponibilità a correre gratis o portando alla squadra uno sponsor. Fino all’anno scorso le squadre si accontentavano di 40.000 € per fare correre un corridore, al quale venivano restituiti 27.000 € lordi sotto forma di stipendio, i restanti servivano per imposte ENPALS, fondi pensionistici ed esami medici. Dopo due anni è del tutto prevedibile che un corridore che ci ha rimesso circa 20.000 euro all’anno e non ha ottenuto risultati decida di abbandonare l’attività. In questa ottica si spiegherebbe il dato citato nell’articolo di Scognamiglio. Indiscrezioni ci dicono che quest’anno, per correre, le cifre richieste da alcune squadre siano di molto superiori.

Questi sono solo tre dei numerosi problemi del ciclismo professionistico che da troppo tempo attendono una soluzione, nell’attesa che vengano risolti, ci troviamo il 21 % dei corridori professionisti in cerca di lavoro.

Come dicevamo, servirebbe una normativa UCI per l’ammissione al professionismo, basata sul merito, magari sulla base dei punteggi ottenuti nelle gare internazionali Under 23. In questo modo si andrebbe ad ammettere alla massima categoria solamente quei corridori meritevoli, in modo da non andare a creare l’anno successivo nuovi disoccupati. Il principio potrebbe essere quello che vale per molte professioni.

Sempre l’UCI potrebbe obbligare tutte le società di gestione delle squadre professionistiche ad avere sede in Svizzera, in questo modo tutti dovrebbero sottostare alle stesse regole fiscali e non le società italiane non sarebbero più penalizzate.

La Federazione potrebbe rivedere le norme del dilettantismo, incentivando le società che puntano sugli Under 23, ma consentendo agli ex professionisti di correre le gare dilettantistiche, così come ad un ex calciatore (o pallavolista o cestista) è consentito scendere di categoria giocando in serie B o addirittura in serie minori.

Non sappiamo se con queste azioni il problema si risolverebbe, però ci piacerebbe che da parte delle istituzioni ciclistiche arrivasse una sterzata a questo sistema che sta dando risultati veramente drammatici.

Chissà se Gianni Bugno e Amedeo Colombo si ricordano che il loro compito è di tutelare i corridori professionisti ?

Chissà se Di Rocco si ricorda di essere il Presidente della Federazione Italiana e il Vice Presidente dell’UCI ?

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