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Di Rocco minimizza, ma il problema sicurezza c’è

Ieri lo si era detto a mezza voce, oggi arrivano le conferme. Il Suv che ha investito Thomas Casarotto era in movimento e non fermo o addirittura parcheggiato come qualcuno aveva cercato di fare credere. Il quadro si delinea sempre di più e stanno emergendo le prime responsabilità. Il conducente della vettura, indagato per lesioni personali colpose, avrebbe affermato di non aver visto alcuna indicazione relativa alla corsa ciclistica in svolgimento e che solo una vettura (pare un’ammiraglia) gli avrebbe lampeggiato. Se queste dichiarazioni, che sicuramente innescheranno una battaglia legale tra l’automobilista e l’organizzatore, dovessero essere confermate cambierebbe non poco la posizione del Presidente della società organizzatrice, Giovanni Cappanera, e del Direttore di Organizzazione, Claudio Romanò. Come sempre, non è nostra intenzione sostituirci agli organi inquirenti, non spetta quindi a noi valutare l’attendibilità della testimonianza del conducente dell’auto coinvolta.

Una cosa però è certa: quel Suv in quella posizione non doveva esserci, doveva essergli impedito di accedere a quella strada o, nel caso, fermato immediatamente e messo in sicurezza. Così non è stato fatto e il povero Thomas Casarotto lo ha centrato ed è ora in lotta tra la vita e la morte.
Il Presidente Di Rocco, come sempre incapace di prendersi le sue responsabilità politiche, ha parlato solo “tragica fatalità”. Dalle sue parole sembrerebbe quasi normale, in una corsa ciclistica, incontrare, in un tratto di discesa, un Suv contromano. Avremmo accettato il termine “tragica fatalità” se Casarotto fosse caduto, come spesso accade in gara.

Ovviamente, non è colpa di Renato Di Rocco se è accaduto questo incidente, però il presidente della Federciclismo, anziché analizzare nel concreto il livello medio della sicurezza delle gare ciclistiche e intervenire duramente verso chi non garantisce alcuni standard, si affretta ad affermare che la sicurezza è aumentata e che per Thomas Casarotto si è trattata solo di una “tragica fatalità”. Del resto non ci potevamo attendere di più da un presidente che ha etichettato come “creare confusione” una proposta, come Zona Nicolò, mirata ad aumentare la sicurezza nelle gare giovanili.

Il punto è un altro, cosa fa la Federazione Ciclistica Italiana per obbligare gli organizzatori italiani a garantire un determinato livello di sicurezza ? Nulla. Tutto è affidato al singolo organizzatore, capitano gare con incroci presidiati dalle forze dell’ordine, altre che si avvalgono della collaborazione di alcuni volontari, altri ancora che non presidiano gli incroci, lasciando alle moto staffette il compito di fermare i veicoli. Su questo tema, non c’è un’indicazione di massima su come agire. Occhio non vede, cuore non duole, diceva un vecchio detto ed è forse più o quello che pensa Di Rocco su questo argomento.

Avere istituito una Commissione Sicurezza, che non presenzia alle gare e non ha alcun potere in ordine alla gara stessa, è assolutamente inutile. E’ una delle tante commissioni romane, che tanto piacciono a Di Rocco, che in questo modo può distribuire incarichi inutili, accontentando chi si sente comunque gratificato.

La Federazione dovrebbe stabilire paletti chiari e avere il potere di interrompere immediatamente la corsa qualora questi non vengano rispettati . Solo in questo modo potremmo dire di avere una Federazione a cui sta a cuore la sicurezza.

Anche in questo caso, il commissario o l’eventuale ispettore federale difficilmente avrebbe il coraggio di interrompere la gara, sarebbe infatti un compito difficilissimo  per una Federazione che non vuole problemi e non vuole avere discussioni con nessun organizzatore, a cui spesso per il quieto vivere vengono concesse deroghe in barba al regolamento. Ecco quindi ripetersi con periodicità il triste leitmotiv, con il Presidente Di Rocco che parla di “tragica fatalità” e se ne lava le mani, beato lui che ci riesce, altri, nella sua posizione, non ci dormirebbero la notte.

Concludiamo, mostrando una fotografia relativa all’ultima del Giro del Friuli

Come possiamo vedere, nella zona di colore rosso troviamo auto ferme in corrispondenza di un innesto sulla strada percorsa della gara. Dalla fotografia, però, non sembra esserci traccia di alcun addetto (né delle forze dell’ordine, né volontario) a presidiare tale incrocio. Se così fosse, proviamo ad immaginare un diverso contesto di corsa: il gruppo non compatto, ma molto frazionato e, anziché una strada bella larga come questa, una discesa tortuosa di montagna.  Le auto, come farebbero ad essere informate che su quella strada sta transitando una corsa ciclistica ?

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